(n. 166) IO SOPRATTUTTO

Io soprattutto voglio scrivere. Quando sono in edicola sono le penne i miei desideri, sono come delle borracce nel deserto, sono degli abiti pieni d’acqua da strizzare. Io m’incanto davanti le penne, attorno quelle faretre circolari in cui fioriscono. Compro sempre tratto pen, non lo so bene perché. Forse mi danno l’idea di velocità, di qualcosa di fluido e scorrevole. Perché le parole santo iddio vengono come le gocciole da una provetta, come la pioggia da una nuvola soltanto. Cechov si dice alla fine della sua vita, stremato, scrivesse soltanto sette righe al giorno. Io sette faccio fatica sui miei ventinove anni, figurarsi poi: va a finire che compongo un rigo al mese. Così finisco sempre per fare disegnini senza molto senso mentre i miei pensieri si interrogano tra di loro. Che cosa mi manca? Le parole? Non sono le parole a venirmi meno, ad esempio oggi ho imparato cosa vuol dire ialino e quinconce ma non mi serve a niente. A me non manca né l’ignoranza né la cultura o un ricco dizionario. A me manca la vita. L’esperienza. In questo paesino tutta la vita con qualche viaggio certo e con qualche disavventura ma insomma una linea piatta all’orizzonte, piena di libri, di sogni e di musica ma senza la vita vera, senza lo squallore del quartiere rancy a parigi, dei sobborghi di londra, senza la cuba di gutierrez – che mi fulmina sempre con questa frase: “chi dorme sonni tranquilli è troppo vicino a dio per essere un artista”. Senza le strade polverose di los angeles o quelle ghiacciate e indifferenti di cristiania. E cazzo hanno tutti ragione. Io dovevo fare qualcosa perché di pagine ne ho scritte – e secondo me anche di valore, voglio dire, con un bel tocco e un bello stile, ma tutte piene di parole, di parole soltanto. Se sollevi la mia pagina sotto non trovi niente – forse trovi me nel desiderio di diventare uno scrittore, ma qualcosa che odori di vita proprio no. Questo viaggio trovava proprio in quel vuoto le sue premesse. Non voleva essere un salto nel buio, ma un assaggio picaresco e boemihenne, una breve immersione senza scafandro e senza corde. In una piscina però e non nell’oceano. Nel senso che doveva durare una settimana e poi finire. Avevo il volo per parigi e il volo per tornare qua, ma portavo pochissimi soldi con me, soltanto una manciata di quadernetti e penne e matite, dei vestiti comodi e già un po’ usurati, un sacco a pelo e nient’altro. Anche la lingua francese mi portavo dietro. Poi davvero più niente. Libri non ne volevo – basta con le esperienze altrui, basta coi luoghi letterari. Non avrei cercato la pensione ofelia e le vie di miller. Mi sarei fatto trasportare dalla città, dal suo respiro. La periferia e i campi elisi, la riva sinistra e il louvre non so se ci sarei andato, magari una disperata senza un soldo m’avrebbe attratto e con lei avrei consumato i miei lombi e i mie spiccioli. Anche rilke è stato qui da solo, mi è venuto in mente adesso, ecco dove avevo sentito per la prima volta l’odore di parigi, dentro il malte, il malte è un’ ampolla di odori. Quante suggestioni, sarà difficile scrollarmele di dosso, e poi perché non penso alla pittura, a chagall, a picasso, a modigliani a soutine e ai mille altri pennelli ispirati del primo novecento. E il piccolo toulose? Bè, lui sarà con me. Case chiuse ne voglio frequentare, di squallore voglio bagnarmi in questi sette otto giorni a parigi. Vorrei anche la pioggia o per lo meno tempo brutto, fogli di nuvole su fogli di nuvole: una risma di cattivo tempo per acuire la mia malinconia. Già mi vedo tremante coi guanti senza dita scrivere parole nella mia grafia da scrittore, con un vino accanto in mezzo alle esperienze una di seguito all’altra. Mi dovranno derubare, picchiare, dovranno incarcerarmi, dovrò avere paura, temere come dovessi morire. Dovranno balenare coltelli davanti i miei occhi, dovranno incidere nel dolore la mia pelle, dovrò provare la sensazione di libertà che prova chi non ha niente, chi non possiede niente, barcollando nei peggiori quartieri. Dovrò conoscere gente straordinaria nei suoi sogni mutilati, nella sua quotidianità faticosa, nelle sue storie incredibili, dovrò immergermi come carta assorbente per riempirmi, per farmi attraversare come da un gelo, dovrò essere confuso con parigi tutta, perdere il mio nome, diventare un sasso, una nuvola di smog, un angolo di strada, un marciapiedi, un vicolo buio, un lampione. Al mio ritorno non sarò più io, sarò un io moltiplicato, sarò sfogliabile come un libro o come una pianta i primi d’autunno. Una settimana che insieme mi invecchierà cento anni e mi ridurrà bambino, tra saggezza e innocenza. Tornerò con le bisacce piene, con le valigie gonfie, con gli occhi spalancati, con la memoria al colmo. Tutto scorrerà naturalmente per i fogli, le storie si comporranno e intrecceranno, i racconti diventeranno romanzi, i romanzi diventeranno cattedrali. Le immagini prenderanno la forma di parole per diventare immagini di nuovo agli occhi dei miei mille lettori, perché il talento unito alla carne, alle esperienze, alle sofferenze non ha mai tradito – borghesemente: ha sempre venduto. Sulla carta d’identità allora cancellerò le parole inutili, cancellerò la parola celibe e scriverò sposato col mondo, cancellerò la parola insegnante e scriverò, con distratta solennità, scrittore. Oppure lo scrivo da subito, tanto la carta d’identità la devo rifare, lo scrivo sulla fiducia, perché scrittore un giorno davvero ci divento, un giorno: questa volta ci sono andato molto vicino. La carta d’identità deve essere valida per l’espatrio sennò non ti fanno partire, e soprattutto non deve essere scaduta. Io non ci ho pensato fino l’aeroporto, figurarsi miller che controlla meticolosamente i documenti. Non potevo. Sono tornato a casa che piangevo, e questo è un altro racconto che se lo sollevi, sotto, non trovi un bel niente. O forse trovi me nel desiderio di diventare uno scrittore.

matteo c.

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(n. 162) DEFUNGERE

Il porcellino rosa con la macchia triangolare all’altezza del famigerato piede, morì il 24 aprile di un anno imprecisato. D’altronde, di preciso nella morte c’è che fa morire, tutte le altre spiegazioni sono costruzioni umane attorno un fatto oggettivo: la morte è mortifera. Il porcellino si chiamava Guascone lasciò il suo padrone Marcel non per vecchiaia, ma per un’intolleranza alimentare. Prima di morire si disse: “Ma che porco mondo!” dopodiché s’accasciò per terra, e la polvere attorno a lui s’alzò come un elegante sipario. Il padrone, che lo stava ingrassando per ottemperare alla sua miseria, appena lo vide esanime esclamò:“ Ma che Porca la Miseria". L’allievo diligente Paolo, iscritto all’istituto Psicopedagogico di una cittadina anonima, morì il 28 Giugno per cause quasi ignote o forse ignote. Si sa però, anche con una non flebile sicurezza, che il suo decesso non destò molta pena negl’astanti, i quali non si sciolsero neanche dinnanzi la giovane età dell’estinto. Perché Paolo era uno stronzo. E poi era morto, mica l’avevano ammazzato (qualcuno disse che anche la morte ammazza,ma vaneggiava).Ahh,che Dio l’abbia in Gloria, forse. Il rinoceronte Zaccaria alloggiava, prima di spegnersi, nel godibilissimo Zoo Tal dei Tali che – gli dicevano- era ugualespiccicatissimomaproprioidentico al Kenya, solo con un po’ di plastica, sbarre e pop-corn. Zaccaria, non era un rino con molte pretese. Anche se, nascere con manie di igienismo, non era esattamente la via piu facile per un fangoso animale. Da qualche tempo a questa parte, serbava con morbosità un fazzolettino bianco caduto dalle mani di uno sbarbatello in visita domenicale. Ahhh, quel fazzoletto, vessilo della purezza più linda e del candore più desiderabile. Lontano da quel fango contronatura, e da sporchi zozzoni animali di foresta. Zaccaria, aveva trovato l’alibi per vivere felice, e aveva un perimetro quadrato di stoffa. Non foss’altro che un giorno, il fazzoletto cadde nel fango. Insieme alle speranze igienistiche del nostro mastodontico amico, che si lasciò morire di stenti, ovviamente puliti. Alberto e Ignazio, erano due fratelli gemelli omozigoti nati da uno spermatozoo atletico e vincente (Lucrezio). Questa è la storia di uno spermatozoo di nome Gioacchino, beneficiario dello stesso rapporto sessuale, ma soccombente nel portarlo a termine. Quella notte i bollenti spiriti congiunsero due tizi scialbi con sentimenti scialbi ad accoppiarsi scialbamente in una Fiat Uno bordeau. La cavalcata spermatozoica sottointesa portava con sé dinamiche molto umane. Vi erano spermatozoi moralisti che deprecavano quell’insano atto che stava avendo luogo là fuori, e si toglievano la vita come atto civile di protesta. Altri, erano troppo nichilisti per poter avere uno scopo. Altri invece sgomitavano per il successo, tenendo anche brevi comizi sulle tube di falloppio, tra i quali vi era presente Lucrezio. Poi ce n’era uno, Gioacchino. Agitava la codina spavaldo, immaginandosi un bel ragazzo di un metro e ottanta con una laurea in ingegneria elettronica. Sì, voleva nascere. Doveva nascere. Ma mentre la coppia, fuori, nella loro scialba Uno si dedicava ad una litigata post coito, Gioacchino venne investito da un fuoristrada di spermatozoi che erano della partita degli integralisti della fecondazione. Ahhh, la vita fa male. Il Bicchiere era quello del servizio buono. La credenza, la polvere tutti amici fedeli. Tranne il sapone sulle mani della casalinga. Nemico fuit. S’infranse nel cristallino cordoglio di tutto il set di Murano. Si chiamava “Balla Tonino, balla ancor” era una canzone poggiata su un ridicolo riff in mi minore. La voleva cantare un impiegato annoiato delle poste, ma la canzone morì proprio perché volela scriverla. La signora Carmela, era una donna dabbene. Aveva sigarette e posaceneri. E classe, ma quanta classe. Aveva sperperato i suoi averi in donazioni per intento filantropico. O per semplicità. Si nutriva di frullati di carote e di patate al forno. Venne uccisa dall’imposta della finestra. Non si capisce ancora come, e soprattutto perché quella dannata finestra ce l’avesse tanto con lei. La scritta sul muro era veloce, diretta, sanguigna. Imperdonabile. “Giustizia sia fatta!”. Morì sotto una coltre di calcestruzzo, colpevole. La fine del dizionario non era contemplata nella spiegazione del vocabolo “fine”, il reietto che lo stava consultando non si diede spiegazione dell’incongruenza da lui medesimo sollevata. Decise non di spiegare la fine di un dizionario, ma di porla in essere gettandolo dalla finestra. Il Manzinelli (dizionario di infima categoria) morì uccidendo a sua volta un passante inconsapevole. Si chiamava passante inconsapevole e morì come muoiono quelli che muoiono per finta, in modo cretino. Quell'unghia non aveva mai avuto pretese, né intenzioni. Non s'era mai immaginata svettare dal suo dito indice laccata di un rosso vanesio fuoco, no questo mai. Un giorno però, cedette alla volgarità d'un gestaccio e si vide precipitare nel vuoto giustiziata dal nervosismo di una crudele schiera di denti, poi neanche tanto bianchi. Il lordume noto anche come sporcizia sostava placido e variegato sotto il letto della giovane sposina. Un' allegra brigata di microbi festanti annidati in una coltre di polvere, aspettavano l'amico vento che dalla finestra sarebbe passato a prenderli. Del resto gli acari erano già stufi di aspettarli tra i ghirigori intrecciati del tappeto persiano, ma non c'è niente di più crudele di una scopa quando scopre di non essere stata invitata. Era morbida e dolce al punto giusto, spolverata da una nevicata di zucchero a velo. Una gioia annunciata dagli occhi e quantomai sperata da una flotta di papille gustative. Quello che c'era di grave e che non riusciva a spiegarsi, è che le mancava ciò che nessuno le fece mai: un buco. La buttarono nella spazzatura, ed ella non volle mai più rinascere ciambella.La morte di questo racconto sulle morti, è facilmente immaginabile. Muore.

Letizia B.

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(n. 158) SOLO PIOGGIA

Le nuvole correvano veloci quasi volessero fuggire da quel cielo minaccioso, mentre nell’aria aleggiava un profumo di terra bagnata così intenso da dare alla testa. Un cupo brontolio e, in un attimo, la pioggia. Appiccicata con fronte e mani al freddo vetro della finestra, osservava le gocce che, cullate dal vento, morivano a terra macchiando di rossiccio le piastrelle del porticato. «Una, due, tre…» contava seguendo con gli occhi di un dorato caramello il tragitto di ogni singola lacrima di cielo. Chiuse gli occhi e inspirò profondamente assaporando l’odore fresco della campagna. Un più convincente boato la fece sussultare. «Mamma!» pigolò spaventata. «Oh i miei vetri!» esclamò la donna «li avevo puliti giusto l’altro giorno…» Minuscole perle d’acqua avevano iniziato a posarsi sul vetro e, giocando a rincorrersi, dipingevano invisibili forme astratte. Come ipnotizzata da quei disegni, si riavvicinò alla finestra. «Eh no!» la redarguì la madre «Pazienza per i vetri fuori, ma quelli dentro vorrei rimanessero puliti». Sentendosi rimproverata, abbassò lo sguardo mentre le guance maturavano come mele sotto a un sole invisibile. Incerti, i suoi occhi curiosi di bimba si posarono nuovamente sul primo temporale di quell’estate. Tese la mano aperta e… Niente. Strano, le era parso di sentire una goccia sul viso. Guardò a terra e… Niente, il marciapiede era asciutto. Forse era stata la sua immaginazione… Ah, no! Questa volta le era arrivata dritta in un occhio, stava proprio iniziando a piovere. Si tolse gli occhiali e controllò; una piccola virgola sbavata era posata su una lente. Incredibile, come aveva fatto a centrarle proprio l’occhio con la precisione di un cecchino? Una goccia che le picchiettò più violentemente la testa la convinse a procedere più spedita. Perché doveva iniziare a piovere proprio adesso? Era nel bel mezzo del centro storico della città sprovvista di ombrello e di giacca munita di cappuccio. Eh, doveva essere una bella giornata… Già, doveva. Avvolse il libro che aveva appena acquistato nella busta di plastica e se lo infilò sotto la giacca. Almeno lui non si sarebbe bagnato. Uffa, aveva appena fatto la piastra ai capelli e, passato quest’acquazzone primaverile, sarebbero diventati tutti ricci e aggrovigliati. Pensando a quest’immagine, si ritrovò a sghignazzare tra sé, mentre il suo passo spedito si era trasformato in una corsa leggera. Alzò il braccio destro per coprire la testa e si ritrovò a osservare quello spettacolo. Da quant’è che non guardava più la pioggia con la stessa attenzione e curiosità di quand’era bambina? Da quant’è che la considerava solo una seccatura, anziché ammirarla in tutta la sua bellezza e purezza? Come ipnotizzata, sorrise serena, chiuse gli occhi e distese le braccia come per accogliere quelle lacrime. Le gocce le accarezzarono il viso e, come cristalli, si incastonarono nella sua capigliatura, impreziosendola. «Che stai facendo?» Una voce maschile la risvegliò da quel sogno. A pochi passi da lei, un ragazzo sotto ad un enorme ombrello rosso la stava osservando sbigottito. «Ecco io, veramente…» balbettò. «Dai, vieni qua sotto… Sei completamente fradicia! Ecco tieni, così almeno non ti ammalerai» aggiunse togliendosi il piumino. «Grazie» «Ma che diavolo stavi facendo?» domandò. «Ecco… stavo osservando la pioggia» ammise imbarazzata, la voce ridotta ad un sussurro mentre le guance avvampavano di un rosa più vivo. «Ah, dunque stavi osservando la pioggia» ripeté trattenendo una risata. «E non pensi sia meglio continuare a osservarla dentro ad un bar, magari davanti a una cioccolata calda? Fa abbastanza freddo oggi…» Si era svegliata all’improvviso come in preda ad un raptus. Dopo giorni di inattività, la notte le aveva donato quell’idea che l’avrebbe condotta a concludere il suo primo romanzo. Non poteva aspettare o era sicura che avrebbe perso l’ispirazione. Nessuno meglio di lei sapeva quanto era capricciosa e permalosa, per cui non poteva certo dirle: “Torna più tardi e lasciami dormire!”, perché sicuramente non le avrebbe più fatto visita. Silenziosamente, indossò la vestaglia color neve e, con il portatile sotto al braccio, andò in cucina. Mentre, ronzando pigramente, il computer si avviava, guardò fuori dalla finestra e vide la pioggia creare un impenetrabile ma leggero muro invisibile. Incantata da quel violento scrosciare, appoggiò fronte e mani alla finestra, mentre i suoi pensieri più brutti venivano trascinati via dalla furia dell’acqua, riacquistando l'innocenza e la purezza di un tempo. D’un tratto il gradevole aroma di caffè si espanse per tutta la stanza accompagnato dal gorgoglio della caffettiera. Due braccia virili le cinsero la vita e un paio di labbra le sfiorò il collo. Si staccò dalla finestra e, felice, lo strinse in un dolce abbraccio mentre, fuori, la pioggia autunnale continuava inesorabilmente a cadere.

Laura P.

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(n. 157) IL CORVO ED IL PICCIONE: FAVOLA NERA DEI GIORNI NOSTRI

Un branco di piccioni vaga attorno ad una panchina su cui sono seduti un Vecchio ed il suo panino al salame. Il Vecchio non riesce ad addentare fino in fondo le due fette di pane ed il chilo e mezzo di salame con cui pare le abbia farcite; ci prova, si sforza, ma inevitabilmente, ad ogni morso, un boccone di pane e straccetti di salame cadono a terra. Tra i piccioni si scatena la guerra. Un Corvo se ne sta tranquillo e rilassato sul ramo di un albero, come un cecchino che da tempo tiene d’occhio il Vecchio ed i movimenti della sua dentatura mezza artificiale. Pam. Il boccone cade. Un piccione si avventa, gli altri cominciano a massacrarsi. Il Corvo si gode la scena, guarda quegli stronzi dei piccioni uccidersi tra fratelli per un pezzo di pane inzuppato di vecchia saliva. Poi si lancia in picchiata, atterra tra gli altri uccelli; li guarda dall’alto in basso, forte della sua stazza, muovendo minaccioso quel becco che può trapassare il loro cranio minuscolo da una parte all’altra. Tutti si spostano, rabbia e paura; i loro colli scattano nevrotici in un tic collettivo, lanciandosi in una danza isterica. L’impotenza del più debole di fronte al più forte. Possono soltanto sperare che si sazi con quella briciola insalivata. E’ un gran bel boccone, cazzo; se ne trovano pochi in giro di così appetitosi. Peccato che se lo papperà quel figlio di una Corva puttana: ne ha già ingoiato metà e si lecca i baffi prima di sbranare la seconda portata. C’è un Piccione, una testa calda, un pazzo incosciente e suicida. Fino ad ora se n’è rimasto defilato, nascosto dietro i culi degli altri piccioni a masticare rabbia, ma in quell’istante scatta, il Piccione pazzo incosciente e suicida. Si avventa sul boccone, lo stringe nel becco e s’allontana di due o tre passi; il Corvo si fa fregare il pranzo sotto il naso. Tutti gli altri piccioni si godono la scena, Corvo contro Piccione; se potessero, scommetterebbero tutti sul Corvo, Piccione dato 20 briciole a 1. A nessuno frega un cazzo che un loro fratello se ne sta con un piede nella fossa, tutti aspettano l’istante in cui il suo cranio verrà trapassato dal becco del Corvo; meno becchi da sfamare, più briciole per tutti. Ma il Piccione è deciso a non mollare, a vendere care pelle e piume. Si prende una beccata sull’ala, ne schiva una seconda che lo avrebbe colpito dritto tra le spalle. Il Corvo è incazzato come una iena, gracchia e gonfia il petto; guarda quel coglione di un Piccione che gli ha tolto il pranzo da sotto il naso e più lo guarda e più s’incazza. Il Piccione prova ad alzarsi il volo, il Corvo gli ostacola il decollo assestandogli una beccata sul culo; il Piccione allenta per una frazione di secondo la morsa tenace con cui stringe il pane insalivato e, cazzo, il boccone cade a terra. Il Corvo, con un gracchio rauco e cupo, gli consiglia di sparire. Divora il boccone smascellando come un cane rabbioso, come un uomo che vede il cibo per la prima volta dopo giorni. Gli altri piccioni ricominciano a farsi i cazzi loro, dispiaciuti di non aver visto scorrere nemmeno un po’ di sangue in questo pomeriggio così noioso. Uno spettacolo che avrebbe fatto tubare i piccioni del parco per un bel po’ di tempo. Niente sangue, niente show. Ed il Corvo non ha nemmeno levato di mezzo una bocca in più da sfamare. Una briciola in meno per tutti. Riprendono a vagare attorno alla panchina. Il Vecchio da un morso, poi un altro, poi un altro ancora e non cade nemmeno una briciola; decide di tentare un quarto morso e sbaglia: un boccone scivola dalle sue labbra. Il Piccione pazzo, incosciente e suicida non perde tempo; si avventa sul boccone, lo raggiunge per primo, lo sottrae a tutti gli altri suoi simili che in quel preciso istante sono scattati all’unisono. Il Piccione si prende cinque o sei beccate sulla schiena, ma riesce a decollare. Il Corvo si sente fottuto per la seconda volta e s’incazza. Si alza in volo, non gracchia nemmeno, non si esprime: i suoi occhi parlano da soli, è furioso. Non è il boccone che gli interessa, ha già pranzato e per le prossime due ore non dovrà più pensare al cibo; vuole uccidere il Piccione e mangiargli il cuore. Lo raggiunge con due battiti d’ali, costringendolo ad atterrare a cinque o sei metri dalla panchina del Vecchio. Il Corvo sovrasta il Piccione stringendolo con le sue zampe color cenere, lo trafigge con una sola beccata che gli spezza il collo, gli fa sputare il boccone e poi lo guarda agonizzante. Gli altri piccioni ricominciano a danzare al passo del loro tic nervoso collettivo, spaventati come agnellini di fronte alle fauci del lupo cattivo. Il Corvo si alza in volo, dall’alto di un ramo si gode lo spettacolo del Piccione che muore, fissa la sua vittima finché la piccola gabbia toracica non smette di muoversi su e giù, lentamente. Mentre si crogiola nel guardare il Piccione emettere gli ultimi sospiri, una fitta dolorosa come una coltellata lo colpisce tra l’ala e la spalla; qualcosa gli si è conficcato esattamente in quel punto del suo corpo, perforandolo alla velocità della luce. “L’ho preso!” urla un ragazzino che se ne sta a cinque o sei metri dall’albero con una pistola a gas in grado di sparare sfere di piombo del diametro di 3 millimetri. Il Corvo non si è mai sentito così stupido. Quel dolore accecante gli paralizza tutta la parte destra del corpo; traballa sul ramo, cerca di mantenere l’equilibrio spalancando l’ala illesa. Gracchia di dolore ed impotenza. Non ce la fa, cerca in tutti i modi di aggrapparsi al ramo con le sue zampe col cenere, ma non ce la fa. Cade sulla schiena. E’ vivo e lo sarà ancora per molte angoscianti ore. Vede i piccioni avvicinarsi: si sono dimenticati in fretta del Vecchio e delle sue briciole insalivate. In confronto al banchetto che è appena piovuto giù dal cielo, quella è merda. Il Corvo fresco è il massimo.

Mattia P.

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(n. 155) IL PROBLEMA DI MIO NONNO

Non gli era mai passato per la testa di andare a puttane. Così mi ha detto mio nonno. Poi arrivò quella maledetta cancrena alla gamba sinistra. "Bisogna amputarla" disse il medico senza tanti giri di parole. Tagliarono. "La prima volta che vidi quel moncone che arrivava poco più giù dell'inguine, vomitai. Tutto addosso al dottore." Così mi ha detto mio nonno. Da un giorno all'altro si ritrovò con una gamba sola, e solo: mia nonna se ne era andata da un po' ormai. Era scappata con un vecchio pittore francese. "A tua nonna è sempre piaciuta la pittura, le vernici, ma soprattutto i pennelli." Così mi ha detto mio nonno. All'inizio il dolore era tanto. Per la gamba, non per la nonna. Nemmeno la notte trovava pace: faceva sempre sogni in cui aveva ancora la gamba. "Erano così reali, che magari mi svegliavo per andare a pisciare e cadevo: scendevo sempre con la gamba sinistra." Così mi ha detto mio nonno. Poi, passato il dolore acuto, con la mente più lucida si accorse di una cosa. Una cosa strana per uno di novant'anni. In principio pensò fosse l'effetto dei farmaci. Ma i medici lo esclusero. Poi che fosse qualche disfunzione organica. Ma i medici lo esclusero. Fece migliaia di esami. I medici esclusero tutto quello che c'era da escludere, anche la vista di mio nonno dal loro campo visivo. Così provò con una vecchia del paese, una mezza maga. Una che faceva malocchi, fatture e cose simili. Si sa, quando la conoscenza della scienza viene meno... “Quando entrai, la strega mi fece: Qual è il tuo problema? Ma non sei una maga? Non dovresti già saperlo?, le risposi io. In ogni caso, reggendomi con le stampelle, goffamente mi slacciai i pantaloni e le tirai fuori il mio problema. Il mio ingombrante problema." Così mi ha detto mio nonno. La maga a quella vista quasi svenne. Quando si riprese gli disse che, secondo lei, il sangue che prima circolava nella gamba aveva trovato come unico sfogo l'uccello. Insomma, secondo la maga, era un eccesso di sangue nel corpo a provocargli quell'incredibile e perpetua erezione. Con quel vistoso rigonfiamento nei pantaloni diventò imbarazzante fare qualsiasi cosa per lui. Così, piano, piano, il fatto di essere senza una gamba passò in secondo piano. Non solo, prese anche ad attaccarsi il pene alla gamba sana con del nastro. Se dovessi dire qualcosa direi: PAZZESCO. "Tutti gli altri vecchi mi dicono che sono fortunato, ma solo io so quanto soffro. Addormentarsi a pancia in giù, a pancia in su, stare seduto, pisciare, camminare...qualsiasi cosa è insopportabile con quell'affare così grosso e duro nelle mutande." Cosi mi ha detto mio nonno. Ha provato qualsiasi cosa che possa dargli un po' di tregua. Ha preso di nuovo a fumare. A bere. A prendere tutto ciò che causi impotenza, disfunzioni erettili. Da quando ha sentito dei danni che i cellulari causano al sistema riproduttivo, tiene sempre in tasca un telefonino. Ora è convinto che se riuscisse in qualche modo a raggiungere un orgasmo, riuscirebbe ad avere un fisiologico momento di pace. Ne è certo. Ha provato a masturbarsi, ma l'artrosi non gli permette una buona mobilità del polso, così dopo pochi tentativi ha lasciato perdere. "Ho provato anche a corteggiare qualche vecchia al centro anziani, ma nessuna vuole sbattersi un vecchio monco come me. Devo scopare però. E' per questo che ho deciso di andare con una puttana." Così mi ha detto mio nonno. … Siamo in macchina, io e lui. Lungo questo viale vediamo cosa hanno da offrirci i vari clan della prostituzione: quello nigeriano, quello albanese, quello rumeno, ecc. ecc.. Carichiamo in macchina una ragazza. Dice di essere moldava. Avrà una trentina di anni. Dice che non vuole fare cose strane. Non vuole che il vecchio ci guardi mentre io e lei scopiamo. Le spiego che non deve fare nulla di strano. Le dico che non è con me che deve fare sesso, ma con mio nonno. Ride. Rido. Anche nonno ride, ma si vede che è teso. Scendo dalla macchina. Prendo in braccio mio nonno e lo adagio nel sedile posteriore. Sembra un bimbo. Mi allontano di una trentina di metri. Mi siedo al margine di questa stradina di campagna. Ora mio nonno e il suo gigantesco problema sono soli con la ragazza moldava. Io, aspetto. Lo sportello della macchina si apre. Scende la ragazza. È nuda. Le vado incontro. "Tuo nonno! Tuo nonno! Fatto amore, poi male! Male!" dice la ragazza. Corro verso la macchina. C'è mio nonno. Nudo. Lo chiamo ma non risponde. Ha gli occhi sbarrati. Appoggio un orecchio sul suo petto: il cuore è fermo. Non respira. Tento una specie di massaggio cardiaco. Inutile. Se dovessi usare una parola userei: MORTO. Come nei film, con l'indice e il pollice gli chiudo le palpebre. Guardo in basso: il suo enorme problema è diventato minuscolo. Il suo uccello finalmente si è acquietato, è moscio come dovrebbe essere quello di uno della sua età. Rimango un attimo a guardare quel mucchietto di pelle raggrinzita. C'è qualcosa che non torna però. Avverto qualcosa di strano nel mio campo visivo. Sembra esserci qualcosa in più. No, non posso crederci. Non può essere vero, ma la tocco ed è reale. Se dovessi usare una parola userei: GAMBA. Se ne dovessi usare un'altra userei: RICRESCIUTA. Guardo la faccia di mio nonno. Sul suo viso regna uno stupendo sorriso. Se dovessi usare una parola userei: SODDISFATTO. Se ne dovessi usare un'altra userei: BEATO.

JACOPO M.

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(n. 150) OFELIA SOGNA

Al risveglio, distesa al buio nel tuo letto, il pensiero scorreva come l’acqua. Il tuo corpo galleggiava ancora… Ricordi? I ricordi sono questa parte emersa, il tuo corpo è quella sommersa. Brutti sogni… Brutti sogni… Cristallini: come quelle notti nella sua stanza, in cui tu e lui stesi accanto conversavate col solo limite dell’arrivo dell’alba, con un sottofondo di note distorte… Alle pareti appeso il poster della Notte Stellata di Van Gogh e alcune stampe di Schiele... Le sue digressioni si dilatavano man mano che dava fondo ai liquori di suo padre miscelandoli a caso. Fumavate le stesse sigarette, bionde americane, la stanza si impregnava di quell’odore dolciastro. Diceva che di notte sentiva meno lo scorrere del tempo. Diceva che la notte gli restituiva ciò che il giorno gli aveva sottratto. Di giorno le persone erano muri che lo scindevano e gli impedivano di udire ciò che ascoltava la notte: la musica del suo cervello, una specie di rock triste. Non era mai stato da uno psicoanalista, ma passava molto tempo ad analizzarsi. Si abbandonava ad interminabili sedute di dubbio. Una volta l’hai visto riemergere da una di quelle sue speculazioni solitarie. Era immobile, pietrificato, come se avesse appena visto un fantasma! Amleto… Che tipo strano! Faceva poco ,e prima di farlo rifletteva a lungo, ma quel poco che faceva gli riusciva sempre bene! Odiava abbondare, condannava l’ingordigia contemporanea. Una volta gli hai proposto di andare da McDonald e lui ti guardò schifato! Era vegetariano e anti-imperialista. In quella frugalità c’era la sua anima classica! Stare con lui ti faceva sentire terribilmente frivola! Eppure non potevi a farne a meno… Avresti solo desiderato che ogni tanto ti tenesse per mano, che ti portasse a fare una gita sulla sua moto; invece parlava di sé, del passato, resuscitava dettagli aleatori, come estrarre biglie da un sacchetto infinito. Il suo corpo era lì, ma la sua mente si assentava, colpa di quella roba che prendeva... E così diventava contemplativo, rilassato fino all’insensibilità. Allora lo scuotevi per farlo tornare in sé: “Amletooo, Amletooo!… A cosa stai pensando? Amleto!...” Si sentiva incapace di adempiere alcuna funzione sociale. Inadatto al mondo lo osservava da estraneo. Preferiva la forma interrogativa a quella assertiva. Diceva che le parole sono più belle quando si capiscono a metà. La gente lo credeva pazzo! E anche tu faticavi a comprenderlo, ma non osavi contraddirlo. A lui la verità a noi gli errori… Non era così? Non era così?... Ti inquietavano le sue metafore sulla morte, ma non ne rifiutavi lo spettacolo, era come costeggiare la sua vanità. Erano prove che dovevi affrontare per dimostrarti degna… Degna? Di essere amata… Ti eri anche messa a dieta! Ti eri tinta i capelli di rosso fiammante, ti eri fatta un piercing al labbro e ti truccavi sempre gli occhi di nero pesante. Ma lui sembrava non notare che facevi tutto questo solo per avere un po’ della sua attenzione! Una volta però ti ha dedicato una canzone ,con la sua chitarra, una Fender Strato bianca, ribattezzata con affetto “La Yorick”. Era un virtuosista, suonava in una band, si chiamavano i “The Question is…” Gli bastava un’occhiata per definire le persone in modo incisivo. Cercava l’alef del prossimo. Di un individuo riusciva a trarne una categoria crudele, sapeva essere spietato e te l’aveva dimostrato… Ricordi bene, l’ultima volta che l’hai visto, indossava una vecchia maglietta nera dei Sex Pistols. Pallidissimo, pupille dilatate, sembrava fuori di sé più del solito! Eri andata per riportargli i cd che ti aveva prestato, tuo padre trovava indecente che ascoltassi quella roba… -Che ci fai qui?-, - Massì, tanto che ne capisci tu di musica… Non hai mai capito un cazzo di niente! Come tutti del resto… Come mia madre… E poi perché ti sei conciata in quel modo? Sembri una puttana… Ma tanto non sei capace nemmeno di succhiarlo! E no, non mi piaci! Non mi sei mai piaciuta! Ritirati! Vattene in qualche multi - center dove puoi rincoglionirti con lo shopping e i b-movie insieme alle tue amichette troie. Via! Vattene! Non ti voglio più vedere!- Inutile dire che quelle parole furono peggio di mille secchiate d’acqua gelida! Per contro, la tua reazione fu di annegarti in una vasca piena d’acqua bollente, e bagnoschiuma ai fiori misti! Offerta speciale, comprato per l’occasione, insieme ad una bottiglia di Vodka ai frutti di bosco… Oh si!... Il tuo suicidio è stato di una bellezza scandalosa! Con le unghie perfettamente smaltate di fuxia e mollettine a forma di margherita tra i capelli, te ne sei andata canticchiando una canzone dei Doors: “You’re lost little girl”. Te l’aveva fatto conoscere lui il vecchio Jim… Ma perché l’hai fatto?... Eri forse impazzita di dolore? No… No… La verità è che volevi sfidarlo nel suo mare di speculazioni filosofiche preferito… E avevi vinto! Gli avevi dimostrato di essere in grado di compiere quel gesto che lui avrà pensato chissà quante volte, ma che non ha mai trovato il coraggio di… Morire è un’arte. Nell’arte spesso togliere equivale a migliorare. Scomparendo ti sei perpetuata in una bellezza negativa. Morta giovane Ofelia non sarai mai vecchia! Sei come l’attore alla fine della rappresentazione, che con un’ultima parola rivela di essere un personaggio diverso da quello che ha interpretato. Un’espressione, un lungo canto nero, il pensiero che scorre come l’acqua, il tuo corpo che galleggia ancora! “You're lost, little girl You're lost, little girl You're lost Tell me who are you?”

Claudia P.

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(n. 143) PSICOANALISI

La donna, quarantenne, nervosa, seduta sul lettino, riprese a parlare. - Vede, non so precisamente quando e come sia nata questa mia avversione per i bambini, forse perché avevo molte sorelline a cui badare…- L’uomo la interruppe con un gesto e si rimise a posto gli occhiali, approfittandone per massaggiarsi la fronte. - Si calmi e cerchi di parlare lentamente, per favore. Si sdrai…- La donna annuì e si sdraiò sul divano e dopo aver ripreso fiato ricominciò a vomitare parole talmente acute e strillanti da far venire l’emicrania all’uomo che, cercando di fissarla, cominciò ad esserne infastidito. Tuttavia, pensò, doveva cercare di rimanere impassibile, anzi, il suo sguardo avrebbe dovuto metterla a proprio agio e indurla a rivelare tutto di sé stessa; eppure quella voce stridente, il ronzio continuo del traffico, l’orologio che scandiva il passare dei secondi e la sua testa che pulsava non lo rendevano affatto facile. Ad una battuta un tentato sorriso si trasformò in una smorfia di dolore, in un ghigno subito represso. Ma più l’uomo cercava di assumere un contegno impeccabile più veniva tradito da piccoli gesti, veloci occhiate o come appena accaduto, strane smorfie. “ Ecco, comincia a parlare più lentamente, non è un buon segno…e perché continua a fissarmi? Cos’ha da guardare? Oh…la testa…no! Non posso, non devo massaggiarmela, ma fa così male…E perché devo stare qua ad ascoltare i problemi di qualcun altro, quando i miei mi tormentano giorno e notte. Oh no, ha smesso di parlare del tutto, no, che ha da fissare?” Tutti questi pensieri volarono nella testa dell’uomo che, seduto sulla poltrona, continuava a fissare la donna. - Continui, continui…- L’invito, quasi una supplica, venne fuori dalla sua bocca flebilmente, con voce strozzata. - E’ sicuro di sentirsi bene?- La donna sembrava preoccupata e l’uomo pensò di rassicurarla. - Ma certo, è un po’ il caldo, sa…Ma su, riprenda a parlare.- E giù altre parole e parole, un fiume in piena dove ricordi, traumi, incubi e angosce si mescolavano e scalciando e urlando come neonati ronzavano attorno alla testa dell’uomo sempre più stanco, sempre più desideroso di affondare la testa in una scodella di acqua ghiacciata. “Lo sapevo che oggi non sarebbe stata una buona giornata. Questo sole a picco, quanto lo odio il sole d’estate, soprattutto qui in città. Oddio, non mi sento affatto bene, ma non posso andarmene , devo restare. E perché continua a fissarmi mentre parla? Ah, maledetta testa …scoppia e falla finita …Nelson, Nelson, questo sole che brilla sull’asfalto, Nelson…- E la mente dell’uomo ricorse a quel giorno d’estate quando, tanti anni prima, l’uomo era solo un bambino e Nelson il suo amato cane. La mente si fermò all’immagine di Nelson , moribondo sull’asfalto, e il sole in cielo, che colpiva negli occhi il ragazzino, e li rendeva secchi, incapaci di piangere. E Nelson sull’asfalto bollente, e quel terribile mal di testa, e il rumore del traffico, e il caldo…e Nelson. - Nelson!- Dopo il grido, liberatorio, nella stanza tutto tacque. - Chi era Nelson?- La donna, interessata, si alzò dal divanetto e fissò con i suoi grandi occhi azzurri l’uomo che in quel celeste vide l’Oceano, la brezza, la salvezza, e sentì un impellente bisogno di svuotarsi e raccontò tutto : Nelson e lui che giocavano , la macchina, l’incidente, il sole e l’asfalto che brillava. Infine, esausto, si accasciò sulla sedia. La donna si alzò, fece qualche passo e si sedette dietro la scrivania di mogano, si mise gli occhiali e scarabocchiò qualcosa su un foglietto. - Bene, signor Genazzi, la seduta di oggi è stata molto costruttiva, il nuovo metodo ha funzionato, non trova?- L’uomo, impacciato, annuì rispondendo – Si…dottoressa.- - Ci rivedremo martedì prossimo, ma non credo sarà necessario ricorrere nuovamente alla psicoanalisi inversa. Buona settimana e arrivederci.- Si sporse in avanti e strinse la mano sudaticcia dell’uomo che, alzatosi dalla sedia, si inchinò lievemente. - Arrivederci , dottoressa.- Dopo di che, con passi frettolosi e incerti si avviò verso l’uscita e , varcata la soglia, uscì dalla stanza.

Federico M.

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(n. 140) LE SIRENE

Il Dani lo si conosceva da anni. Arrivò in cantiere che era da poco passata la Pasqua e tra di noi gli animi s’erano incupiti: chi aveva potuto s’era fatto una scappata al paese e c’aveva trovati i suoi vecchi che dopo anni sotto il sole a marcire nei campi si specchiavano nei figli, si rivedevano giovani. Il Dani arrivò una mattina che iniziava a far bello con due occhi serrati e gonfi che a molti venne da ridere, molti che si alzavano alla quattro per prendere l’autobus e farsi un pezzo a piedi e che alle sei in cantiere erano svegli come a mezzogiorno. Si capiva che il Dani c’aveva la donna che la notte aveva poco da dormirla e ci bastò un giorno che già tutti lo si chiamava il Pesce e gli volevamo bene. Si stava entrando in primavera, iniziava il periodo del lavoro sicuro, del sole, delle impalcature. Chi stava sui tetti salutava le rondini che tornavano, che si sedevano sulle ciminiere come sulle piramidi e ci si aveva rispetto per loro perché giravano il mondo. Sui tetti io e Bruno si fischiava le canzoni delle feste, si fischiava alle signorine che passavano e inventavamo al Pesce che ognuna era la nostra amante. Lui dall’alto non le riconosceva e pensava fossero sempre le stesse due. Noi nel descriverle ci si confondeva: se erano brune diventavano more, se erano alte diventavano medie ma il Pesce non c’interrompeva mai, si divertiva e forse sperava di portarci anche la sua Tina a quella festa, in quel paese. Il pomeriggio poi passava sempre la Carla, la figlia di Bruno, a portarci il vino e così noi tre si scendeva fino in strada, seduti sui gradini con l’asfalto che bruciava sotto gli scarponi. Poi dal tetto Mario, Gino, qualcuno urlava che aveva vista l’automobile del padrone nella strada di sopra allora Bruno cacciava via la Carla e noi si riprendeva di corsa il lavoro. Veniva Maggio che s’era già bruni, cerati dal sole, con le ciglia bionde. La sera per tornare a casa facevo sempre il giro più lungo. Passavo dagli altri cantieri e salutavo chi conoscevo tra quelli che se ne stavano andando. Se erano già vuoti ci entravo, cercavo le bottiglie di vetro vuote, le birre dei pranzi. Le prendevo una ad una e le scagliavo lontano, in silenzio. Le lanciavo con rabbia contro i muri, mi facevo male alla spalla. Poi uscivo in strada e allora prendevo via Roma, vedevo un uomo davanti alle vetrine accanto a me e che mi guardava e lì mi accorgevo d’esser solo un ragazzo e mi facevo triste. Succedeva a volte che i cantieri chiusi non erano vuoti. Ci facevano dentro delle riunioni clandestine. Intravedevo facce scure alle quali mi avvicinavo. Qualcuno mi salutava e io mi sedevo lì, tra loro. Parlavano di azioni, conoscevano gente di Milano, erano stati nei cantieri a Parma. Io non capivo niente ma mi piaceva non esser da solo. Alcune notti mi venivano a chiamare sotto casa. Allora s’andava in tre o quattro ad appendere i manifesti degli anarchici. Tenevo in mano il secchio e fissavo i cartelli pensando che tra poco dovevo essere al cantiere. Allora non tornavo neanche a casa mi sdraiavo su un muretto e aspettavo il giorno e fumavo e non pensavo a niente. Il giorno dopo parlavo col Pesce gli spiegavo cosa s’era fatto e se si poteva si scappava via e lo portavo a vedere le scritte sui muri e lui mi credeva. Tornavamo sul tetto e diceva che voleva venirci anche lui ma non lo faceva mai. Aspettavamo le sei, quando s’alzava il vento e voleva dire che arrivava la Carla con la merenda. Finita da poco l’estate un pomeriggio si stava come al solito aspettando il vino, eravamo, con il Pesce e Bruno, seduti sui soliti gradini. Il lavoro era quasi finito, si faceva tutti meno e con più allegria si scherzava con quelli seduti alle finestre a passare il colore. Quel giorno la Carla arrivò in bicicletta e ci s’accorse che aveva tutto un labbro spaccato, tutto nero e viola. Bruno neanche la guardava e lei si vedeva che aveva pianto. Io non dicevo niente. Il Pesce la guardava negli occhi, lei guardava per terra. Mossi le braccia per prendere il fiasco. Anche il Pesce allungò una mano e la mise sulla spalla della Carla che tremava tutta. Lasciò andare la bottiglia che cadde a terra e gli si ruppe sulle scarpette. Scappava via veloce e correndo s’era dimenticata lì la bicicletta. Quel giorno m’era diventato orribile, non si parlava neanche tra noi tre, il tempo non passava. Maledicevo il caldo, il vino, il Pesce. Il giorno dopo sotto al cantiere la bicicletta c’era ancora. Il Pesce la mise al coperto non venisse a piovere. Qualche mese dopo la Carla morì di parto e Bruno non tornò più al cantiere. Nel frattempo c’eravamo spostati verso il centro, Torino tornava a vivere, le strade si riempivano. Dopo che ci passava davanti da giorni il Pesce s’era deciso a prendersi la bicicletta della Carla e l’aveva regalata alla sua Tina e anche io gli dicevo che non c’era niente di male e per un po’ nessuno parlava. Per tutto l’inverno il Pesce lavorava come un dannato e non faceva che parlare. Parlava mentre mangiava, mentre si faceva le sigarette. Parlava anche quando stava zitto perché guardava con degli occhi nervosi o seri che continuavano qualche discorso interrotto. Veniva buio presto e alle quattro si staccava dal lavoro e il Pesce continuava a parlare con Mario e Duccio che da quando Bruno se n’era andato via stavano con noi a pranzo. Il giorno dopo l’epifania il Pesce mi voleva parlare, allora lo portai in via Roma in un bar che guardavo sempre ma non c’ero entrato mai. Il Pesce si capiva che in un posto così non c’era mai stato, che l’unico bar che conosceva era quello sotto al cantiere, senza la musica e senza le cameriere. Voleva sapere se dopo tutto questo tempo che eravamo amici volevo conoscere la Tina perché se la voleva sposare. Alla fine mi ero convinto e una domenica di Febbraio tutti e tre eravamo sul treno per Genova. La Tina era uguale a tutte le altre ma aveva di diverso che parlava con me. Rideva con noialtri delle cose del cantiere e sapeva tutto perché il Pesce glielo raccontava. Rideva dolce e parlava le cose che io e il Pesce si riusciva solo a pensare. La Tina parlava e io era come se per la prima volta conoscevo il Pesce, che se tutti gli volevano bene, che se quel giorno aveva toccato la spalla della Carla era perché lo aveva imparato dalla Tina. Sentivo i binari scorrere sotto e speravo che Genova non arrivasse mai. Preferivo immaginarlo il mare, a quell’ora presto di mattina, che arrivava all’improvviso, che s’incollava al finestrino, fin che poi arrivò. Lo guardavo tutto,era immenso. Spiavo ogni scintilla del sole sull’acqua, confondevo le navi col loro riflesso sul mare. Poi pensavo alle sirene me le immaginavo mentre ci nuotavo e ci andavo lontano, ci facevo l’amore, in silenzio, senza respirare. Avevano tutte il viso della Tina che mi stava seduta davanti e non ne sapeva niente.

Jennifer V.

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(n. 127) IL PROFUMO PERDUTO DELL'INTIMITÀ

Anna si mise a piangere, così, senza nessun preavviso, con un bicchiere color piscio in una mano ed una sigaretta nell’altra, nel bel mezzo di una conversazione sulle differenze tra un mocassino e l’altro. Io e Riccardo rimanemmo alquanto sorpresi e, nell’istante in cui lei abbassò lo sguardo per spegnere la sigaretta con la punta delle sue scarpe di vernice verde, ci guardammo; se fossimo stati fumetti giapponesi avremmo avuto entrambi un grosso punto interrogativo sulla fronte. Anna fece in tempo solo a dire “E’ un bastardo” e “Vaffanculo”, prima che Alex tornasse, con due beveroni rosso-arancio. Me ne offrì uno, ma rifiutai, ero già abbastanza frastornata ed annebbiata dalle medicine per il raffreddore che non avevo bisogno di altro per prendere distanza dalla realtà: non ero io che stavo piangendo. Nella mia testa cercavo di far suonare parole come “Perché non andiamo a fare due passi”. Me le ripetei almeno dieci volte prima di riuscire a dirle davvero. Anna non aspettava altro. Ci spostammo di qualche metro, lei si accese un’altra sigaretta e fece per darmene una: un colpo basso per chi ha smesso da meno di una settimana. S1embrava che tutti volessero intaccare la mia salute offrendomi trappole mortali. Riuscii a rifiutare anche stavolta. Cominciò un lungo discorso, sempre piangendo in quello strano modo quando sono solo lacrime che escono dagli occhi, quei pianti che non ti arrossano il naso e non ti distruggono il trucco saggiamente costruito qualche ora prima in bagno. E pensare che la conoscevo appena. Era la ragazza messicana di una specie di mio amico che era approdata a Firenze per quella cosa chiamata amore. Lei ed Alex si erano conosciuti circa un paio d’anni prima ed avevano passato una bella estate insieme, poi lei era dovuta ripartire, ma l’anno dopo era tornata ed era andata a cercare quel mezzo inglese-piccolo lord, che dopo un paio di rifiuti si era professato “Innamorato” e qualche mese dopo partivano entrambi per il Messico in cerca di fortuna. Solo che la fortuna non era arrivata. Le cose non andavano bene. Continuava a chiamarlo “Bastardo” e a dire che non era la sua “Serva” e che non la poteva trattare a quel modo. Annuivo in silenzio lanciando qua e là qualche “Hai ragione, hai perfettamente ragione”. Le chiesi perché non andava un paio di giorni a casa della sorella, ma lei, ostinata, disse che da quella casa non si sarebbe mossa, visto che pagava l’affitto quanto lui. Ogni tanto le toccavo un braccio e le dicevo di non piangere. Non sono mai stata brava in certe cose e speravo che quella tortura finisse il prima possibile: non me ne importava niente. Finalmente poi mi liberò e tornammo dagli altri. Cominciavo ad essere stanca, mi facevano male i piedi: i miei splendidi tronchetti alla francese non erano così comodi come il commesso mi aveva detto. Non ci sentivo neanche bene, il raffreddore era talmente forte che oltre ad aver perso l’uso dell’olfatto, ad avere una voce terribile e a soffiarmi continuamente il naso, ero anche sorda. Inutile mettersi a guardare cosa poteva offrire il panorama maschile: sarei stata notata solo per gli occhi arrossati. Ce ne restammo ancora un po’ lì in mezzo alla confusione della notte del primo caldo, poi strascicammo pian piano i nostri piedi, piccoli e grandi, fino alla macchina. Sarebbe stato Riccardo a riaccompagnarmi a casa, un ragazzo alto e magro magro di un anno più piccolo di me che avevo conosciuto al precorso di matematica all’università. Non mi stava antipatico, ma non era di certo il mio migliore amico. Faticavo ogni volta a trovare qualcosa di cui parlare con lui. Stavolta non ce ne fu proprio bisogno: al primo semaforo rosso iniziò a parlarmi di Claudia, la sua ragazza -ex ragazza più che altro-, che l’aveva mollato con una scusa molto poco fantasiosa qualche settimana prima. Il nocciolo della questione era che Claudia si aspettava che l’amore fosse una cosa che cresceva giorno dopo giorno. Il suo invece, non cresceva più. Fissavo la strada dal sedile del passeggero e neanche l’ascoltavo, volevo solo che tutto finisse il prima possibile, che io potessi tornare ad essere me, me e solo me. Non capivo neanche perché le persone si sentissero in dovere di raccontarmi queste cose; io che era da almeno quattro anni che non avevo una relazione stabile. Facevo davvero così pena? O questo mio sguazzare nella solitudine in modo perfetto li impauriva? Pensai ironicamente che avrei potuto istituire una di quelle rubriche che si vedono spesso su mensili e settimanali: “Mail alla Zia Tella”. Il giorno dopo andai dal parrucchiere, tagliai i capelli di un bel pezzo e li colorai di rosso: ero decisamente troppo giovane per fare la zitella.

Guendalina D.

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(n. 121) CREATIVE BOOK

Figlio mio, mi sto lasciando alle spalle il nostro breve futuro per dirigermi verso un lungo passato. Finisce come è cominciata la mia storia: nell’infamia. Osservo la piazza. La gente attraversa tranquillamente il grande rettangolo, le signore attente a non rimanere incastrate con i tacchi sottili tra i cubetti di porfido. Mi confondo tra la folla ferma a osservare un gruppo di giovani danzatori. Sono vestito bene, come negli ultimi anni, e nessuno si arresta preoccupato a guardarmi. Non mi notano. Se ora dovessi disegnare, schizzerei la chiesa di fronte. Grande, gialla, con tre portoni e un esaedro che emerge dal corpo centrale e si proietta verso il cielo. Le sue campane stanno suonando, pesanti ma allegre. I ragazzi continuano a ballare. La musica sparata dalle casse è un misto di break-rap-pop. I loro movimenti sono spigolosi, veloci e, al contempo, morbidi e statici: mi parlano. Sei elementi, una volontà. Li guardo: loro credono nel futuro. Non te l’ho mai raccontato, ma già a dieci anni ero un madonnaro. Uno di quelli che disegnano immagini sacre sull’asfalto, con gessi colorati. All’epoca erano rappresentazioni tradizionali. Il nonno me lo lasciava fare perché diceva che erano soldi puliti. Non dovevamo combattere per farlo, perché nessuno voleva contenderci il controllo in quel settore. E un piccolo zingaro che raffigura volti bianchi e angelici fa tenerezza, attira passanti e turisti. Soldi facili, appunto. A vent’anni ero un rivoluzionario. Rinnegavo la mia gente, disegnavo madonne con occhi e capelli neri, vestite di rosso e viola. Quasi blasfemo, rendevo il dolce viso rigido e tirato, provato dalla vita. Ma ero talentuoso, tanto da poter entrare in accademia. Per mio padre ero paragonabile a un eretico che cercava di provocare lo scisma, di fatto me ne sono andato con te in braccio. Volevo per te qualcosa di diverso. Non di meglio: di diverso. In fin dei conti siamo gente la cui parola ha valore, leale, unita, capace di affrontare qualunque difficoltà. E così ho fatto io. Ho lavorato onestamente. Mi vergognavo, ma ho fatto il modello per i corsi di nudo in accademia. La sera poi facevo il cameriere, il barista e lo scaricatore, mentre tu placido e silenzioso dormivi nei retrobottega. Se potessi vedere ancora i miei disegni, scopriresti che in quel periodo disegnavo solo te. Mentre giocavi con i miei pennelli, mentre dormivi rannicchiato in una cassetta del mercato, mentre rincorrevi la piccola palla rossa. Poi arrivò una occasione. Piccola, ma preziosa per noi. Una gara di pittura dal vero. Avevi tre anni e mezzo, la sera prima del concorso la febbre non ti aveva fatto dormire e io ti avevo raccontato storie e leggende per tenerti calmo. La mattina, stanco e incapace di mettere a fuoco ciò che avevo davanti, avevo optato per la sperimentazione. Inventatomi futurista e astrattista, ero tornato a dipingere il mondo rosso, nero e viola. Fu il successo. Avevi cinque anni quando i nonni ricomparvero nella tua vita. Volevano conoscerti e farti crescere consapevole delle tue origini. Non ti volevano portare via da me, solo passare del tempo con te. Tu eri felice della novità e io accettai. Ogni artista compila il suo libro. Te lo insegnano in accademia. Una agenda creativa che ripercorra la tua vita. La mia era tua, parlava di te insomma. Nei fogli di quegli anni appare sempre una ciotola rossa e una fisarmonica. Il nonno ti insegnava a suonarla, mentre mia madre, tua nonna, ti aveva regalato un cagnolino color miele. Arrivai a esporre i primi quadri. La prima personale fu qua, nel castello alla mia destra. A sette anni eri fiero di me, ma ti vergognavi di apparire in alcune tele. Ricordo ancora che all’inaugurazione ti presentasti vestito da montagna, ed era settembre! Credevi che nessuno ti avrebbe riconosciuto, invece attiravi attenzione e commenti. Ricordi? Le campane suonano. Quelle della chiesetta dietro al teatro. Ridicolo sposarsi il sabato pomeriggio alle cinque, ancora più ridicolo farlo in una chiesa sconsacrata. Ma lo stanno facendo. Aspetto. Il cuore mi va su e giù per l’agitazione e un solo pensiero mi consola: dopo che l’avrò fatto sarai a pieno titolo uno zingaro. Non sopporto l’idea di non vendicare la tua morte, non sopporto di sentirti chiamare randagio. Eri felice all’idea di vedere una unione, uno sposalizio gitano. Papà, il nonno, ti aveva preparato l’abito tradizionale per la cerimonia. Eri così grande, così cresciuto e così intelligente, che quasi non credevo fossi proprio tu. Dieci anni. Così simile a loro, così diverso da me. Orgoglioso delle tue origini e della tua gente. Ma non eri gradito. Sconosciuto figlio di un traditore, vendutosi al miglior offerente. Assomigliavi a loro, ma non eri parte della comunità. Figlio mio, capisci che ora devo sistemare le cose. Qui, davanti a tutti, in mezzo alla piazza, ucciderò il tuo assassino. Ho scelto un’arma piccola, elegante, classica. Un’arma che parli di te. Uno stiletto. Perdonami se puoi. Perdona la mia stupidità. Volevo per te qualcosa di diverso, ma non era il meglio per te. Eccoli che escono. Mentre il burattinaio intrattiene i bambini con storie gitane, mi dirigo verso di lui. Lo vedo: è vicino alla sposa. Lei sembra felice nel suo abito rosso a fiori viola. I capelli neri sono lasciati sciolti lungo le spalle. Se puoi chiedi ai miei sogni di farmi tornare da te.

Silvia C.

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(n. 120) DAL NONNO.

Per la prima volta, eravamo tornati dal nonno anche a Pasqua. La mamma aveva deciso di non lasciare suo padre da solo. A dicembre, era morta la nonna. Il nonno ci aveva ricevuto, avvolto nella solita nuvola fumosa. Mi ricordo ancora le litigate che si faceva con la nonna, quando gli nascondeva i Toscani. Le sue urla arrivavano fino alle baracche in fonda alla strada e, pur di non sentirlo, nonna gli ridava il pacchetto con qualche sigaro in meno. Ora, invece, la casa era silenziosa e gli unici rumori erano quelli delle ruspe parcheggiate vicino al parco del Castello. Poco dopo il nostro arrivo, nonno era venuto nella mia stanza e mi aveva chiesto di fare una passeggiata con lui. “Ti va di fare una passeggiata?” mi aveva detto. Io avevo risposto con un sorriso. Camminavo mano nella mano con il nonno, che mi mostrava per l’ennesima volta le “tracce dell’abominio”. Così le chiamava. Erano le crepe degli edifici storici, sopravvissuti al terremoto del 2009. Avevo sentito quella storia un milione di volte. Bastava pochissimo a farla tornare in mente al nonno. Due bicchieri di vino, una passeggiata per la città, una chiacchierata al bar con qualche vecchio amico e, subito, attaccava a raccontare in presa diretta quella notte, quando verso le tre e mezza, la terra aveva cominciato a tremare così tanto, che “sembrava la fine del mondo”. Era sempre questo il suo esordio e mentre raccontava della scossa e del crollo, pensavo che nonno fosse un eroe. La parte della storia che mi piaceva di più, era quella in cui nonno parlava dell’estenuante attesa fra le macerie della sua casa. Aveva aspettato per circa dieci ore, lì sotto. Immobile e con gli occhi pieni di polvere, cercava di distinguere una voce. Diceva che gli era sembrato di stare sottacqua: i suoni arrivavano confusi e deformati da un punto lontano. Era andato avanti così, fino a quando non si era addormentato. Si era svegliato sotto una tenda addobbata a pronto soccorso, con un tubo di plastica grosso quanto il suo dito indice, in gola. Lì, ancora convalescente, aveva sentito di nuovo la voce di nonna. L’avevo ascoltata un milione di volte quella storia. Adesso però, mentre nonno cercava di ricordare il rumore preciso della seconda scossa con Sergio, il suo amico della taverna, pensavo a come, in tutti quegli anni, non l’avevo capita. Mi era successa una cosa a settembre. Ero caduto in un pozzo vicino casa. Era un pozzo a secco per fortuna e mio padre era arrivato un’ora dopo a tirarmi fuori. Là sotto, urlavo per chiedere aiuto, poi stavo zitto trattenendo il respiro, e mi rimettevo di nuovo ad urlare. Le pareti del pozzo erano viscide e fredde. Era tutto buio, però, quando alzavo la testa, vedevo un cerchio azzurro cielo, macchiato da qualche nuvola bianca. Sentivo dei piccoli fruscii accanto a me e riuscivo a sentire anche il rumore che faceva il vento, quando toccava gli steli d’erba alta, intorno al pozzo. Avevo il terrore che qualcuno coprisse per sempre quel cerchio azzurro. La faccia di mio padre, era comparsa, proprio nel momento in cui, a furia d’urlare, avevo perso la voce. Pensavo che nonno avesse provato la mia stessa paura. Il giorno di Pasqua nonno non voleva venire in chiesa. “Me ne starò qui ad aspettarvi” ci aveva detto. Era il 6 aprile del 2036. Io avevo dodici anni. La Chiesa del Suffragio straripava di gente. C’era gente seduta ai banchi, gente in piedi e gente per terra. Tutti erano vestiti di nero. La funzione era già cominciata. Non c’era nessun tono di festa nella voce del prete, che elencava in ordine alfabetico dei nomi sconosciuti. “È l’anniversario del terremoto” aveva detto mamma. Ciascun nome era accompagnato da un pianto; in fondo alla chiesa, nelle navate e sotto l’altare. Finita la messa, c’eravamo diretti in silenzio verso il cimitero. Davanti al campo santo, si era formata una coda di persone. “Sezione dodici, loculo ventiquattro” gridava la voce metallica del computer ad una vecchietta con gli occhiali, davanti a noi. La nonna era alla “sezione quattordici, loculo ventisette”. Così aveva detto il computer e, sulla mappa tridimensionale del cimitero, un parallelepipedo rettangolare si era messo a lampeggiare. Come noi, altre persone in nero erano inginocchiate di fronte alle lapidi bianche dei loro parenti. Alcuni piangevano, altri pregavano, i bambini cambiavano i fiori. Io avevo portato dei garofani rosa. La faccia della nonna mi sorrideva fra i volti ingialliti di due giovani ragazzi. Tornati a casa il nonno non c’era. L’abbiamo cercato in ogni stanza, gridando il suo nome. Poi, papà aveva detto a me e a mamma di salire in macchina. Abbiamo percorso le solite strade del nonno, solo più deserte e assolate. Siamo passati anche dalla taverna di Sergio, ma era chiusa. A poco a poco, le case e le chiese scomparvero, lasciando il posto a morbidi letti di verde, rasati all’inglese. Un cartello bianco con una scritta rossa al neon, indicava il confine della città. Mi ero addormentato e, quando mi svegliai, papà stava parcheggiando davanti ad un alto palazzo, di quelli antisisma, capaci di assorbire le vibrazioni della terra. Li conoscevo bene, perché il nonno, ogni volta che ne vedeva uno, imprecava. Nonno era in piedi davanti al palazzo. Sembrava che stesse contando con gli occhi i piani di quel grattacielo. Mamma e papà l’avevano raggiunto. I suoi occhi, adesso, erano pieni di lacrime. Mi guardai intorno e riconobbi quel luogo. Era Onna, il paese d’origine del nonno, raso al suo dal terremoto. Tutto era nuovo, lì. Era entrato in macchina. Stava seduto dietro, con me, mentre papà metteva in moto. “Hai visto Tommaso” mi aveva detto indicando di nuovo il palazzo. “Ha 25 piani, ne hanno costruito uno all’anno!”. Così diceva, mentre cercava di sorridere. Io continuavo a fissare le finestre del palazzo. Immaginavo le famiglie, che ora vivevano lì. C’era anche un bambino moro, al quindicesimo piano, che, avvolto in una nube di fumo, guardava, tranquillo, la televisione.

valeria T.

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(n. 119) SMS

Tu l’ami. È l’unica cosa che ricordi. …E questo non è confortante dato che tra meno di due settimane avrai l’esame di Storia Bizantina. Sai che il fatidico giorno, se andrai avanti così, arrivando davanti al professore sarai talmente ignorante che farai scena muta e quando lui per venirti incontro ti dirà: “Proviamo con una domanda facile: Mi parli di Costantino.” Tu risponderai balbettando: “Non saprei, non lo sento da tempo…” Cerchi di concentrarti, ma al momento probabilmente, ti verrebbe più facile vincere una partita a Forza Quattro utilizzando una sola pedina. Quando finalmente hai deciso che Giustiniano ha la precedenza assoluta sui tuoi deliri mentali e pensi: “Ora basta, si studia!”, arriva lei, la vibrazione del telefonino; quel piccolo sussulto tecnologico che ogni giorno, non si sa come, fa un rumore sempre un po’ più forte per dirti che hai ricevuto un SMS. Non c’è scampo: la botta finale che si abbatte sul tuo studio, come un infausto piatto di lasagne piomba su ogni proposito di dieta. Fai finta di non pensarci. Apri il libro e butti l’occhio su una pagina qualsiasi imitando maldestramente l’atteggiamento di un intellettuale tutto preso dall’argomento. Neanche il Ragionier Fantozzi che nasconde il giornale sotto il sedere e preme i tasti della macchina da scrivere a casaccio, riuscirebbe ad essere più patetico. Ad un certo punto, sapendo che i confini della decenza sono stati ampiamente superati, ti arrendi e cominci a stilare una rosa di possibili candidati che potrebbero averti inviato un messaggio proprio quel giorno, proprio a quell’ora e proprio in quel momento. La tua rubrica ha circa sessanta nominativi: Carlo l’hai sentito l’altro ieri, l’incontro con Claudia è già stato concordato e Daniele ti consegnerà gli appunti Lunedì prossimo in Facoltà; i restanti non hanno motivi validi per contattarti con tanta urgenza e tra l’altro, molti non li senti da parecchio tempo… Che potranno mai avere di tanto importante da scriverti? Non c’è alcun dubbio, può essere soltanto lei! Cosa vorrà dirti? Ma certo! Sicuramente si è lasciata con quell’acefalo del fidanzato e vuole sfogarsi con te, te che da sempre la conforti e resti al suo fianco da vero amico. Sì, ha bisogno di essere consolata e tu oramai sei un infallibile esperto in “consolazione di donne abbandonate”. Ma c’è di più, sei quasi certo che lei abbia finalmente notato la tua sensibilità, il bello che racchiudi e si sia decisa a prenderne atto. Non c’è dubbio, le cose andranno proprio così. Messaggio: “Quello stronzo mi ha mollata, ho bisogno di parlarti.” In un primo momento opti per una semplice, fredda e banale risposta scritta alla sua richiesta d’aiuto, poi però ci ripensi e da inguaribile innamorato, decidi di chiamarla anche se avete due gestori telefonici diversi e spenderai almeno tre Euro al minuto. Non t’importa, già pregusti quel tanto atteso istante che aspetti da anni, l’attimo in cui lei, presa dall’emozione, non riuscirà a trattenersi e ti dirà che ti ama; poco importa se quella telefonata sarà un apostrofo rosa tra le parole: “Credito esaurito.” La tattica da “attendista” che hai adottato, ti ripagherà finalmente di tutti gli sforzi. Ti sei sempre chiuso in difesa, ma ora potrai giocare in contropiede e finalmente fare goal, e sarà il goal della tua vita! Domandi scusa a Giustiniano, lo tradirai per l’ennesima volta; tradirai la cultura con una donna. Del resto, cosa ne poteva sapere Giustiniano dell’amore? Sarà stato magari un genio nell’espansione di un impero, ma certamente, in materia di sentimenti, di sicuro era una rapa. Mettiamola così: lui in Africa operava la “Riconquista” mentre tu, tra pochi istanti, conquisterai la donna che ami. Un giorno, con i vostri risparmi vi sposerete, comprerete una casa e avrete dei bambini; creerete una famiglia felice che darà del filo da torcere persino a quegli attori sbiaditi e stereotipati che fanno la pubblicità della Mulino Bianco. E’ questione di attimi… Prendi il telefono in mano e ti appresti a leggere il fatidico messaggio; attendi il caricamento e dopodiché, torni pesantemente sulla terra. “MESSAGGIO PROMOZIONALE: NON PERDERE QUEST’OCCASIONE! PINCO PALLINO, SOLO PER OGGI, REGALA UNA SUPER TARIFFA GARANTITA!” Detesti il tuo operatore telefonico che offre a dieci Euro, miliardi di SMS verso te stesso, un milione di minuti circa per chiamare tutti i tuoi parenti in Alaska ed una quantità smisurata di MMS da inviare a chiunque, nei giorni trenta e trentuno Febbraio. A questo punto, sconfitto, non hai più scuse; sai di dover tornare al libro che tanto ti fa sentire inferiore. Prima di farlo però, vorresti mandare un SMS identico a tre persone differenti: all’autore del libro, a Giustiniano ed infine al professore che tra due settimane ti castigherà… Perché l’unica cosa che vorresti comunicare in questo momento, è una parola sola: “Pietà!”

stefano b.

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(n. 116) VECCHIA MATRONA

Corsi alla stazione per prendere il treno. La soddisfazione per l’ultimo esame dato non mi faceva sentire ne il dolore alle gambe ne il caldo torrido. -Bravo amore.- Mi aveva scritto Anna nel messagio dopo che aveva saputo l’esito del test. Ero felice. Correvo lungo il marciapiede come libero da qualsiasi peso. Alla fine arrivai a destinazione con venti minuti di anticipo. La stazione era gremita di gente che si affrettava verso tutte le direzioni, tutti carichi di bagagli e sudati. Obliterai il biglietto ed andai a prendere un caffè al bar. Mi misi in fila alla cassa per fare lo scontrino, dietro ad una robusta donna sulla cinquantina, che si agitava un ventaglio vicino alla faccia mentre sbuffava. Era agitata quella donna, infastidita dalla lentezza della cassiera. Io non avevo di questi problemi. Nulla di queste piccolezze poteva intaccare il mio giorno di gloria. Arrivò il mio turno e con molta calma chiesi e pagai il mio caffè. Provai a farmi spazio tra la gente al bancone, dove uomini in giacca e cravatta e donne con vestiti appariscenti si erano accalcati e si spingevano per avere la propria ordinazione. Guardavo i volti di chi avevo intorno. Tutti sembravano stressati, arrabbiati. Poche erano le faccie sorridenti ed anche tra queste non si nascondeva un velo di stanchezza. Nessuno di quei volti mi diceva qualcosa, troppa era la distanza tra il mio stato d’animo e il loro. A stento riuscii ad arrivare alla tavola di marmo che faceva da bancone. Per caso mi ritrovai accanto nuovamente quella robusta signora ma non le diedi tanta importanza. Sventolavo lo scontrino tenendolo ben stretto tra le dita, in modo da ottenere l’attenzione di uno dei baristi. Si avvicinò una ragazza e prese l’ordinazione mia e di quella signora. L’aria cupa di quella ragazza mi tolse per un attimo la mia allegria. Era pallida, con il volto allungato e due occhi tristi. La sua ridicola uniforme doveva starle due taglie superiori, era magrissima e sinceramente molto brutta. La seguii con lo sguardo mentre pigiava il macinato da mettere nella macchinetta. Era stremata quella ragazza. Provavo ad immaginarmi la sua vita. Quello sguardo rivelava una solitudine ed una mancanza di affetti che una persona, tanto meno una giovane ragazza, non può sopportare. Pensai che, fin da quando era bambima, quella ragazza conviveva con un profondo stato di disagio verso gli altri. La pena che mi trasmetteva venne interrotta dal vocione della signora al mio fianco. –Scusa, ti puoi sbrigare? Non ho mica tempo da perdere io.- L’insolenza con cui lo disse mi infastidì. Mi voltai a guardarla. Aveva la faccia gonfia, i capelli cotonati e portava dei grandi occhiali quadrati giallognoli e un volgare rossetto rosso mal dato, tanto che le si vedevano dei granuli raccolti alle punta della labbra. La ragazza sibilò qualcosa tra i denti, dovevano essere delle scuse. Scaldò il latte per il cappuccino di quella vecchia matrona indisponente con gli occhi sempre più tristi. Doveva essere abituata a sentirsi trattata come uno straccio. Ci portò le nostre ordinazioni ed io la ringraziai con un sorriso, che lei neanche considerò. Gustai l’aroma del mio caffè e lo bevvi amaro. La donna, invece, dopo aver preso la sua tazza strappandola dalle mani di quella ragazza, vi rovesciò due bustine di zucchero. Soffiò sul suo cappuccino ed emise un quasi urlo. -Ah! Ma scotta. Vuoi ustionarmi?- La ragazza rimase impietrita a fissare lo sguardo arrabbiato di quella donna che filtrava dalle lenti dei suoi occhiali.-Sei veramente un incapace. L’ho capito subito.- continuò a sbraitare. Gli occhi tristi di quella ragazza si stavano riempendo di lacrime ma non riusciva a dire niente. Non era in grado di reagire. L’ennesima umiliazione si stava scagliando su di lei e anche questa volta avrebbe dolorosamente ingoiato il rospo. –Signora, è la schiuma del cappuccino che è calda. E’ normale. Basta aspettare qualche istante.- Avrei tanto voluto dirlo io. Avrei tanto voluto prendere le difese di quell’essere che non si sentiva alla pari nel mondo. Avrei tanto voluto far zittire quell’insopportabile vecchia, farle capire che niente le era dovuto, ma che doveva ottenerlo con rispetto, come tutti. Ma non dissi niente. Non so perchè. Appoggiai la mia tazzina sul bancone e me ne andai. Mentre mi diregevo verso il treno sentivo la mia allegria scendere. Ero stato testimone di un’ingiustizia, di un supruso, e non avevo fatto niente. A cosa mi servivano gli esami se poi non ero in grado di difendere la giustizia quando la vedevo. Salii sul mio scompartimento e provai a non pensarci più. Pensai che tra due giorni questa storia sarebbe sparita dai miei pensieri e che per quanto riguardava quella ragazza sicuramente sarebbe stata in grado di superare un’altra umiliazione, sperando che la prossima volta qualcuno avrebbe preso le sue difese come avrei voluto fare io. Sperai che avrebbe fatto quello che io avevo ritenuto giusto fare ma che non avevo fatto. Fu in quel momento che il disgusto per me stesso superò quello che provavo per la vecchia matrona.

alfredo f.

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(n. 110) PICCOLO RACCONTO SATIRICO

Quando arrivano le prime stringhe di agenzia nessuno ancora ci crede. Anche le più pigre redazioni, quelle che fanno del copia incolla un monumento al giornalismo, preferiscono attendere. Dopo poche ore, però, arriva la conferma ufficiale: la Svizzera ha invaso l’Italia. Una delle prime colonne attraversa il valico di Ponte Chiasso e marcia su Como senza incontrare resistenza. La città si consegnata subito. Il sindaco, smesso il tricolore, si fregia del titolo di borgomastro e resta in carica anche sotto i nuovi padroni. Da lì gli Svizzeri dilagano verso sud, piazzando le proprie batterie sul saliente di Cucciago e occupando l’aeroporto di Verzago. A poche ore dall’invasione la città di Cantù si trova nel bel mezzo della linea del fronte. Nei momenti di crisi il popolo allo sbando cerca disperatamente una guida a cui affidare l’avvenire incerto. I canturini non trovano di meglio che aggrapparsi al loro assessore alla Sicurezza che, saldo come un roccia, organizza subito le difese: «Ottima occasione per mettere alla prova le nostre ronde» dichiara. E viene indetto il reclutamento. Già, ma chi si ricorda più come si spara? I giovani della città si rimbalzano occhiate perplesse. Nessuno di loro ha mai goduto le gioie della leva e non conoscono nemmeno i canti giusti per infondere l’ardore marziale. A rimpinguare i varchi lasciati nelle ronde intervengono fortunatamente alcuni ex agenti e ausiliari della sosta. Fino a ieri ottimi direttori d’ingorghi, accorrono ora sotto le insegne dell’assessore col tono rassegnato di chi è chiamato ancora una volta a dar prova di sé. Appena serrati i ranghi la prima ronda viene schierata tra il parcheggio della biblioteca e il Giardino d’inverno della casa di riposo: «Se il nemico cercherà di salire in centro gli sbarreremo la strada» rassicura sempre l’assessore. Nell’euforia del momento, però, sfiora lo scontro istituzionale. Fatta irruzione in Municipio s’arrischia a chiedere al sindaco di lasciare il suo ufficio a due rondisti, così da installare un ottimo punto di osservazione. Tuoni e fulmini sbotta il primo cittadino, minacciando di far cadere la testa dell’audace collega. Solo l’intervento degli altri membri della giunta riesce a indurlo a più miti consigli. Per rendere la pariglia, però, il sindaco istituisce subito l’assessorato gemello: quello alla Difesa. Annunciato solennemente alla stampa, per ora gode solo dell’ausilio di un segretario, sottratto all’Anagrafe. Infatti non restano più divise: i Carabinieri si sono ritirati a sud con l’esercito, mentre vigili e pompieri restano saldamente affidati alle loro mansioni. Ma il sindaco è convinto: «In un momento come questo l’assessorato alla Difesa è indispensabile e sono sicuro che farà un ottimo lavoro». Per ora gli è stato affidato il compito di organizzare una «degna accoglienza» ai militi che arriveranno a difendere la città: nessuna banda musicale può sfuggire all’arruolamento. L’attesa irreale in cui sprofonda la città viene presto infranta dalla notizia che gli Svizzeri hanno ripreso la marcia. Crollano subito le certezze dei primi proclami e si guarda già al compromesso. Qualcuno della maggioranza, infatti, apre un varco al nemico, rilasciando intempestive dichiarazioni sui giornali: «E chi ha detto mai che la Pagania debba finire a Ponte Chiasso? L’amicizia che ci ha sempre legato agli Svizzeri è cosa nota. Anzi, se non fosse stato per Giulio Cesare gli Elvetii si sarebbero ricongiunti da secoli con i loro fratelli Cisalpini». Nelle ore successive cadono d’un fiato le piazze di Alzate, Fabbrica Durini, Brenna e Inverigo. Cantù è così completamente circondata e non arrivano più rifornimenti. Ma, si sa, il Brianzolo non s’avvezza all’inazione. Per questo un gruppo di ex sesantottini, temprati al fuoco della protesta, decide di organizzare una sortita. Comunisti e camionisti tentano di rinverdire i fasti di gioventù cercando di raggiungere il territorio ancora sotto controllo italiano per far provviste. Trascorrono le ore che precedono l’azione avvolti nelle lenzuola insieme alle proprie compagne. Prima l’amore poi la rivoluzione. «Ah, ma questa è bellissima, di chi è, Garcia Lorca?». «Sì, tesoro, è proprio sua» e via un altro giro. Dopo aver soddisfatto l’ardore delle proprie pasionarie, i nostri sgusciano per la brughiera come guerrilleros delle Ande, cercando di raggiungere Mariano. La notte senza stelle gioca loro però un tiro mancino. Il gruppo smarrisce la strada e dopo alcune ore passate in vacca rispunta a Trecallo, in pieno territorio nemico. E adesso? La lunga marcia ha prosciugato le gole dei barbudos, che stanchi si rifugiano nell’unica stamberga ancora aperta. Ma già si colgono gli effetti dell’occupazione: il caffè fa schifo e il vino costa un botto. Dopo aver vuotato le tasche i nostri cercano di rientrare ma, sorpresi da una pattuglia, devono abbandonare i loro sogni di rivoluzione. Está perdida! Mentre Cantù s’arrovella a campare con quel poco rimasto, gli Svizzeri lanciano l’ultima grande offensiva verso sud. Avanzano lungo la valle del Lambro e giungono fino al limite nord del parco di Monza. Gli Italiani disperano ormai di difendere Milano. A quel punto un piccolo carro armato isolato lascia la colonna principale e si dirige verso est. Entra nel paese di Arcore ormai privo di difese e penetra senza un solo colpo a villa San Martino. Appena il tempo di issare la bandiera biancorossa e sparare una salve che tutto l’esercito inizia a ripiegare. Come attoniti gli Italiani osservano la massa di uomini e mezzi che defluisce dal proprio territorio per tornarsene alle anguste valli. Tutto qui? Sì, tutto qui, bastava consegnare un uomo solo per far felici gli stranieri.

Alessandro B.

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(n. 94) HAMMAM

Le avevano detto che avrebbe avuto bisogno solo di poche cose: un certo sapone nero “speciale”, manopola per il massaggio ed infine, se avesse voluto, una piccola stuoia o un qualsiasi tipo di tappetino di gomma da poggiare a terra sotto di sé. Eppure si accorse appena entrata che il suo equipaggiamento non corrispondeva esattamente a quello delle altre donne al bagno. Certo tutte avevano guanto e sapone ed ognuna sedeva sul suo proprio tappetino, ma trascinavano anche secchi pieni di ogni genere di prodotti per quel rito al quale lei si accingeva per la prima volta a prender parte. Osservava tutte quelle donne, diverse ed eguali tra loro, fiere dei loro grossi seni ben turgidi, allegre e frettolose, rilassate e pettegole. E ovviamente incuriosite dall’ingresso di una straniera. Ciò che immediatamente le apparve evidente fu che la sua taglia non rappresentava lì quella perfezione incarnata nel suo Paese. Si sentì magra in eccesso, quasi al punto che qualcosa le mancasse. Ma raccogliendosi in sé non sembrava poi esser solo la carenza di quell’abbondanza attorno ai fianchi o nei seni. Era in fondo anche una qualche forma di libertà a non appartenerle ancora, un certo agio nell’essere compiaciuta del suo corpo, nell’amarlo davvero e sentirlo proprio ad ogni centimetro di pelle. Era quel sentimento, forse innato e del quale quelle donne non apparivano neanche consapevoli (ma sì maestre d’ostentamento) a rendere il rito ciò che era: estremo atto d’amore e riverenza nei confronti dei corpi. Individuò con lo sguardo quello che avrebbe potuto essere il suo metro quadro di spazio e si diresse verso di esso, divincolando il passo tra quelle veneri al lavoro. Stesa frettolosamente la stuoia si sedette finalmente e solo allora iniziò a percepire il suono delle parole, il rimbombo di quel vociare che sapeva di vapore. Nebbia e parole. Ma non fu solo l’udito a ridestarsi improvvisamente, avvertì insieme l’odore intenso di quella terra che le donne cospargevano diligentemente sui loro corpi e, soprattutto, sui loro lunghi capelli. Manca alla cultura cosmetica occidentale un equivalente di ciò che l’henna è per le donne arabe, elemento irrinunciabile e dalle molteplici possibili applicazioni, sostanza quasi miracolosa ma, allo stesso tempo, sentita come semplice, ovvia costituente della propria esistenza. Quasi come il pane. E l’acqua. L’odore dell’henna sa di terra bagnata e di dolce e acido. Si insinua rapidamente nell’aria e resta in mente a lungo, almeno per tutta la giornata, per essere poi chissà risucchiato nei sogni della notte fino al prossimo non lontano riutilizzo. Quando una donna si cosparge di henna i capelli e il corpo per la prima volta ha quasi l’ impressione di diventare terra lei stessa. Se ne sente totalmente permeata ed è quasi l’incontro con una parte segreta di sé. “L’acqua, butta l’acqua! L’acqua! Prendine da lì, con il secchio!”. A parlare era la donna quasi di fronte a lei, di poco spostata più a destra, una matrona dalle grandi cosce piene, coi capelli lunghi, neri come il carbone e luminosi, abbaglianti. Le mostrò come fare, doveva empire il suo secchio con l’acqua bollente che sgorgava dalla fontana e portarselo vicino per poi iniziare il bagno: prenderne un po’ per volta con una piccola ciotola per poi versarsela addosso, dall’alto del capo. Lo fece lei per la prima volta e il contatto con quell’acqua caldissima fu piacevole e sconcertante. Intanto tutt’intorno le altre la guardavano in attesa di una sua reazione, felici, quasi fosse un’iniziazione. E del resto lo era, era la sua iniziazione ad una prassi ancora estranea a lei, un cerimoniale nuovo che da quel giorno avrebbe iniziato ad amare al punto da farlo diventare di routine nella sua vita. Avrebbe ripensato di frequente in futuro a quel giorno, avrebbe sì di certo rievocato spesso il momento in cui si preparava a versarsi sul capo il primo getto di acqua bollente. Una delle donne di lato si offrì allora di farle il massaggio. Non che l’avesse avvertita o avesse formulato verbalmente la richiesta, dal momento che mancava tra loro una lingua comune, semplicemente la donna più timida, ma più pratica allo stesso tempo, fece in modo di sdraiarla a terra e, infilatosi il guanto, iniziò a strofinarla, cospargendola man mano del suo sapone nero. Con lo sguardo la interrogava, consapevole forse di come la forza di quel sfregamento potesse risultare a eccessiva per qualcuno non abituato. Ed in effetti sentiva la pelle fortemente provata da quel brutale ondeggiare e la vedeva diventare velocemente paonazza, ma avvertiva allo stesso tempo un senso di liberazione estrema, quasi il guanto portasse via assieme alle cellule morte tutte le sue preoccupazioni, i pensieri residui di anni e quelli più recenti. La mente riacquistava leggerezza, anzi iniziava a sentirsi smarrita, fluttuante nel non luogo della sua interiorità più latente. Al punto che non si accorse nemmeno di quando il massaggio finì e la donna le chiese “Lebes? Tutto bene”. Di colpo risvegliatasi annuì. Sì, tutto bene. Anzi, da tanto non stava così, così bene. Di fianco a lei intanto, una giovane donna, di adipe felice, non stancava di tergersi con l’acqua e, per qualunque motivo lo facesse pensò, fosse anche per purificarsi dopo aver fatto l’amore, era splendida.

Rosella M.

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(n. 91) TRENTA ALL'ORA

I peggiori sono quelli col cappello. E non certo quei cappelli tipo Borsalino, a tesa larga, magari anche con la fascia di raso che corre tutt’intorno. Perché in quei cappelli l’eleganza, il lavoro manuale e lo stile ti fanno dimenticare tutto il resto. Quelli sono cappelli seduttori e affascinanti, che sanno di vecchi film. Quelli che vedi solo nelle retrospettive intimiste di qualche cinema d’essai. In cui il protagonista, avvolto da un impermeabile grigio e da una nuvola di fumo denso, aspetta la sua lei che ha le labbra laccate di rosso. Sto parlando invece di quei cappelli un po’ flosci, con quel colore scuro che non sai mai se è nero, marrone, grigio o semplicemente sporco. Quei cappelli che sanno di centinaia di pacchetti di sigarette, di minestrone di cavoli, di arredamento di legno scuro e pasta per dentiere. Lo stesso odore che ti dà una sberla in faccia – di benvenuto – quando entri nella sala d’aspetto di un dottore. Tu, unico esemplare sotto i trenta, in mezzo a vecchi con attaccata addosso la data di scadenza. Quel “da consumarsi preferibilmente entro” che è pericolosamente vicino. Comunque. Il fatto è che a me è giustappunto capitato un cappello floscio con sotto un vecchio. Nella macchina davanti alla mia. Uno di quelli che guida arrampicato sul volante, con le braccia in alto, tese per via del rigor mortis. Con la testa a scomparsa, retrattile, inglobata dentro un cappotto degli anni del boom economico. In effetti non gli vedo la testa, ma solo il cappello. Un cappello e due braccine avvizzite a trenta all’ora. Dentro un’Alfa che ha ancora la targa tutta numerica, che gli mancano solo i centrini sui poggiatesta posteriori e i coprisedili in paglia. Probabilmente ha preso la macchina oggi perché non è giorno di mercato e i lavori per il tram in centro sono sospesi. Così non può nemmeno mettersi, mani dietro la schiena, a guardare il cantiere e gli operai in arancione. Di sicuro ha preso la macchina per andare alla posta. Per mettersi a far la coda per un francobollo finché arriva mezzogiorno-ora di pranzo-minestrone e stracchino. Con le mani nervose e salde sul volante, posizione dieci e dieci, e i piedi in un perfetto bilanciamento tra frizione e freno, sono costretta all’esasperante velocità di trenta all’ora da un cappello floscio. A sinistra una linea continua che è una condanna e una sentenza insieme. Sintetica e inappellabile. A destra un canale, campi di soia e piloni della luce. Niente semafori o rotonde a rompere il ritmo o dare speranza. Strada provinciale, una SP anonima e qualunque. Una SP dove il limite massimo è di settanta. E dove io, costretta da un cappello, mi sto muovendo ad un trenta talmente disperato che non è più nemmeno previsto nei tachimetri moderni. Il mio piede destro e l’acceleratore ormai non si distinguono più l’uno dall’altro, si sono assorbiti reciprocamente, facendo un blocco unico. E mi sono attestata su una seconda spinta, marcia intermedia, pronta nel caso dovesse succedere qualcosa. Magari un attraversamento improvviso di oche, un ciclista in allenamento, una caduta massi. In pianura. Nauseata dalla cintura troppo stretta e dall’odore di un arbre magique che di magico ha il solo fatto di possedere un’essenza di pino silvestre mai percepita da olfatto umano in nessuna foresta della terra, rinuncio anche ad aprire il finestrino. Perché dovrei mollare il volante e non si sa mai a trenta all’ora. Mi sento come la moglie di Lot, quello della Bibbia, trasformata in statua di sale. E poi è un attimo. Accade all’improvviso. Il cappello dentro l’auto vira bruscamente a sinistra e frena. Io rispondo pronta, vado ancora più a sinistra, per evitarlo. Supero la linea bianca, invado l’altra corsia, mi perdo il volante sotto le mani sudate. E alla fine inchiodo. Nei fotogrammi scomposti che comincio già a veder scorrere a rallentatore, riesco a ricordare di aver intravisto una nutria mentre sbandavo. Il cappello ha sterzato per evitare un sorcio cragnoso. Togliendo finalmente la mano rimasta incollata al volante, mi giro lenta verso l’uomo seduto accanto a me. Occhiali coi naselli e camicia a quadretti. Viso color beige. Pesa con cura le parole e mi sistema con una frase intagliata e incisa con perizia: “Scenda pure, signorina. Immagino lei sappia già com’è andato l’esame. Ovviamente dovrà ripeterlo, anche se – francamente – io ad una come lei la patente non la darei mai. Ha commesso una serie di infrazioni, dal superamento della striscia continua, al……”. Smetto di ascoltare , spengo l’audio. Rimane solo un brusio di sottofondo, come una radio accesa mal sintonizzata. Pesante e lenta nel mio corpo di sale, mentre apro lo sportello per sedermi al posto dell’esaminatore, giro la testa verso la strada. In lontananza un’Alfa che trotterella via, placida. Reperto di archeologia meccanica. Dentro, un cappello floscio. Ne ferisce più il cappello che la spada.

Caterina V.

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(n. 66) DA GOOGLE, GUARDANDO IN GIÙ

Alla lunga sono giunto a ritenere che le strade di un paese (o di una nazione) rappresentino al meglio la sua filosofia. Le strade americane, ad esempio, sono larghe e dritte come righe su fogli bianchi; coprono lunghe distanze, attraversano addirittura un intero continente, e spesso sono a senso unico, andata e ritorno, così che è difficile perdersi o deviare dal percorso prestabilito. Nel mio paese, invece, nel paesino dove sono nato e cresciuto, ci sono due strade parallele: una esterna, più veloce e trafficata, e una interna, che passa tra le case e ogni 150 metri è interrotta da una piazza. Queste due strade sono collegate da decine di altre stradine più piccole, che le tagliano diagonalmente, che si fingono tornanti di montagna e si arrotolano su se stesse, che si insinuano curiose fin dentro i cortili delle case, che si travestono, mescolandosi al flusso di una statale, per poi scivolare via dopo qualche metro verso i campi, in una miriade di curve e curvette che fanno da palestra ai neopatentati. Le strade del mio paese sono così, confuse, e ti ci puoi perdere anche se le conosci da una vita. Così sono anche i miei pensieri, degni figli del posto dove vivo: si rincorrono, girano in tondo, imboccano una strada credendo di avanzare e invece tornano indietro, si mangiano la coda, si infilano al bar e aspettano in attesa di tempi migliori. Le strade del mio paese non hanno un nome ma solo persone che le abitano (“Allora, da qui devi andare giù, per dove abita l’Ilaria, giri a destra sulla strada di Pontello e dopo la prima, di nuovo a destra.”); dove distribuire gli elenchi o portare la posta è un po’ un terno al lotto (“Scusi, cerco una certa Menegon Maria in via 25 aprile.” “Guardi hanno cambiato il nome della via due anni fa, adesso si chiama 11 settembre, solo che 'sta Maria non la conosco mica…” “Ma sì che la conosci, è la Talona, la mamma di Francesco. Lo vede il portone laggiù…”); dove pezzi più o meno organici di me ancora persistono nell’ambiente naturale (ginocchio destro, scorticato sulla ghiaietta del piazzale degli autobus – paraurti dell’auto verde, timbrato sul muretto del cimitero – Nokia blu, scartavetrato sull’asfalto per un numero di volte totale pari a 3, davanti alla posta, vicino a casa di Sonia e, di nuovo, sul piazzale degli autobus). Sono strade che conosco con gli occhi, tanto da poterle percorrere tutte bendato, ma questo non mi bastava volevo qualcosa di più: volevo vederle come le vede Dio la mattina quando si sveglia e guarda giù, capire cosa gli passa per la mente mentre inzuppa il cornetto nel caffelatte; volevo sapere dove butta l’occhio; quello che si appunta sull'agenda con la nota "Da modificare". Non è stato difficile capire a chi rivolgersi per un aiuto dal momento che esiste una sola cosa, su questo mondo, in grado di competere con Dio in quanto a onnisciente conoscenza: Google. E c’è. La mappa, intendo. Il mio piccolo, scorbutico, paesino, potrebbe essere guardato dall’intero mondo se solo al mondo interessasse minimamente. Ingrandisco l’immagine e vedo distintamente comparire le due strade parallele. Ingrandisco ancora e intravedo spiazzi grigi a forma di piazza. Ingrandisco ancora. E poi ancora, fino ad osservare la piazza così come la vedrei se solo in questo momento mi prendessi la briga di affacciarmi dalla finestra. Un capolavoro di statica precisione, tanto netto e definito da farmi riconoscere le due figure umane che discutono vicino al monumento: sono il Glauco e Coassin. Indietreggio consapevole di spiare sullo schermo un evento storico risalente allo scorso giovedì. Narrano voci di paese, infatti, di una litigata tanto eccelsa ed epocale da meritarsi addirittura l’articolo (La Litigata, sussurrano al bar, esattamente come se si trattasse de La voce Frank Sinatra o Il divin codino Roby Baggio). Sta Coassin, infatti, con il braccio teso e l’indice puntato, il volto paonazzo di chi, prima di fermarsi al bar a salutare gli amici, è già passato a trovare il cugino e il vicesindaco (il che, tradotto in bottiglie, equivale più o meno a un buon litro di rosso che gli scorre già nelle vene); e sta Glauco, col pugno piantato nel fianco, e l’aria superiore di chi è ancora sobrio. Non corre buon sangue e nemmeno buon vino tra loro due, sin da quando, più di un anno fa, si sono opposti uno all’altro per le elezioni comunali. Gli scontri erano vivaci e l’equilibrio massimo tanto che erano persino stati banditi privati sondaggi pre-elettorali. A Coassin erano stati assegnati i voti della famiglia Dinin al completo, dei Corrado e dei compari della segheria; mentre Glauco aveva fatto il pieno nella borgata di sottocleva (totale voti 6), tra i Pezzat e i Pavan. Alla vigilia del voto rimanevano pochi indecisi, non imparentati con nessuno dei due candidati, ed erano stati proprio loro a decretare Coassin vincitore per una miseria di tre voti. Glauco non aveva preso bene il verdetto e aveva contestato, fino ad arrivare in tribunale, un paio di schede “sporche”, con dei mezzi segni che erano proprio mezzi e andavano annullati. Così tra i due era cominciata una lunga e silenziosa guerra fredda: sguardi taglienti; risatine e sberleffi; grandi fracassi e baruffe al bar. E proprio così li aveva immortalati l’onniscente occhio di Google, durante una delle loro litigate - il cui volume, espresso in decibel, aveva abbondantemente superato il limite stabilito per la pubblica quiete - a rinfacciarsi che tu, sai solo distruggere e mai proporre, e tu, invece, sei interessato solo alla poltrona e non ti preoccupi di nient'altro. Refresh. O update. O qualunque altro sia il vocabolo che la Premiata Ditta Google ha coniato e poi coperto con copyright © per definire l’aggiornamento delle immagini del satellite. L’immagine cambia, la vecchia sparisce archiviata in un server in Arizona per un tempo variabile X, e viene sostituita da una nuova, scattata dallo spazio un tempo Y fa. Di Glauco e Coassin più nessuna traccia ma il web, credo, saprà farsene una ragione.

Elisa P.

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(n. 61) NIKOLAAS L'AFRICANO

Nikolaas siede esausto sul gradino, si toglie i guanti da lavoro e li poggia sulle ginocchia. La scalinata di pietre, ripida e stretta, taglia in due i terrazzamenti di viti, e arriva fino alla spiaggia di Tramonti. Nikolaas beve una sorsata d’acqua dalla borraccia e respira profondamente, come se l’aria fresca nei polmoni lo aiutasse a lasciarsi andare alla vista del paesaggio e al tiepido sole settembrino. Davanti a lui i gradoni con i filari di viti basse e composte scendono fino al mare. Qua e là, sulla scogliera che incornicia il paesaggio, spuntano delle case che sembrano poter rotolare giù da un momento all’altro. Tutto quello che lo circonda pare essere sorretto dai bassi muretti a secco che reggono i terrazzamenti, tanto da poter pensare che, sfilando una delle pietre che li compongono, tutto si possa sgretolare. È dura la vendemmia alle Cinque Terre, dove ogni elemento del paesaggio sembra essere ostile all’intervento dell’uomo. L’anno scorso in Toscana era stato meno faticoso. Lì le vigne sono appoggiate su dei pendii delicati, che sembrano susseguirsi l’un l’altro all’infinito. Com’è strano questo paese, che nel giro di poche decine di chilometri muta così tanto il paesaggio, le lingue con cui le persone comunicano, il sapore del vino che esce dalla loro uva. Nikolaas osserva la cremagliera correre al suo fianco. La monorotaia sembra nascere dal fondo del mare e si arrampica ripida fino al parcheggio delle auto, attraversando dritta e noncurante quel paesaggio ordinato, consapevole del suo essere indispensabile. Ora che è rotta l’unico modo per portare l’uva fino al camioncino è caricarsela sulle spalle. «De dottore, bella la vita, eh?». Luigi sale lentamente dalla scalinata sorridendo, con una cesta d’uva appoggiata sulla spalla destra, che mantiene con entrambe le mani. Nikolaas non capisce come il suo compagno possa, alla sua età, trasportare un simile peso con tanta naturalezza, come se avesse sulle spalle un sacco di piume. Luigi, come tanti altri qui, sembra avere un rapporto viscerale con quei chicchi verdi che, quando li spezzi con gli incisivi e li metti in bocca, ti si appiccicano al palato. Carichi del succo dolce che diventa vino per via di un tacito patto tra l’uomo e la natura. Luigi come gli altri ha le mani grandi e le unghie peste, la pelle screpolata e arsa dal sole. La gente qui è spigolosa e aspra come il paesaggio che la circonda, borbotta e si lamenta in un dialetto incomprensibile. È gente di campagna, ma anche di mare. Sono contadini marinai, marinai stanziali che non si sono mai avventurati oltre l’orizzonte per scoprire cosa c’è dietro quella linea. Nessuno dei loro visi sembra avere a che fare con le comitive di turisti che si assiepano giù in paese, fra i negozi di souvenir e le focaccerie. Luigi e gli altri non credevano che Nikolaas fosse sudafricano, visto che è bianco. Gli africani devono essere neri e gli europei devono essere bianchi. Non credevano neanche che il vino si fa pure in Sud Africa. In Africa c’è la savana, c’è il deserto, come fa a crescere l’uva? A loro pareva impossibile che intorno al Capo di Buona Speranza ci possano essere, tra il mare e le montagne rocciose, fattorie in stile olandese con le cantine sempre aperte per i visitatori di passaggio. Inutile poi convincere i suoi compagni che il vino sudafricano è di ottima qualità, perché il vino buono si fa solo alle Cinque Terre. Già a Manarola, il paese affianco, non è proprio come a Riomaggiore. «Andemo, africano, è l’ora di tornare a lavorare». Luigi, di ritorno, gli da una pacca d’incoraggiamento sulle spalle. Nikolaas si infila nuovamente i guanti da lavoro e raggiunge i compagni. Prende delicatamente tra le mani un grappolo, carico di chicci grandi e lucenti, che recide con decisione. Intanto pensa alla sera, quando torneranno a casa affamati. Dopo cena, come al solito, Umberto si alzerà dalla sedia e prenderà dalla vetrinetta una bottiglia di schiacchetrà, che verserà a tutti. A Nikolaas pare di poter già gustare il sapore forte di quel liquido denso e liquoroso, che raccoglie sempre per pochi istanti in bocca prima di farlo scendere dentro di sé. Quel vino caldo e intenso che sa di terra, di vigna, di mani e salsedine.

Orsetta B.

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(n. 30) LA CIPOLLA

10/1/2007 Bologna Poesia è cogliere la brezza che soffia sulla parola morta e le dona vita. Avrei sempre sognato di poter fissare il momento giusto sulla carta, fermare le sensazioni e condividerle. Avrei sempre voluto creare con le parole uno stop nella linea del tempo, una sosta corroborante per dormire il sonno di un bambino. Sono nato nel 1902 e l’amore per le lettere ha reso leggeri i miei quaranta anni di servizio presso le Poste Regie e le sofferenze di una vita troppo lunga. Godevo, senza leggerne, delle parole che gli altri si scambiavano. Mi divertivo guardando la busta e studiando la calligrafia a intuire se stessi trasportando odio, amore, libertà, rivoluzione. Studiavo a fondo gli occhi di chi le riceveva e condividevo con lui o lei le emozioni. Ho lavorato con ogni mezzo. Ho consegnato durante la guerra, rischiando anche la vita. Ho portato lettere che venivano dall’India, dall’Africa, dalla lontana Cina o semplicemente dai colli sopra Bologna o dalle basse della nostra campagna. Idee, pensieri, azioni. Lo spazio e il tempo nelle mie mani, capace di dilatarlo o restringerlo a mio piacimento, a gusto dei miei piedi o dei miei pedali. Anche questo Natale ho ricevuto in regalo una bella vestaglia verde e un paio di occhiali nuovi. Ma sono passati quasi 110 anni da quando ho iniziato la sfida e guardo il mio vecchio orologio da tasca, fermo dalla notte in cui mi venne mandato come ultimo ricordo di mio figlio Francesco, aviatore, morto in servizio nei cieli della Spagna. Lo guardo e mi faccio delle domande, tutte quelle a cui può rispondere un orologio così perfettamente costruito e lasciato senza neanche un ingranaggio dentro. Lo guardo e penso a come reagirà mio nipote quando glielo lascerò in eredità. Lo guardo e attendo che dopo la corsa della vita il tempo mi faccia l’ultimo e più gradito dei suoi regali: una pausa. 8/10/1957 Valencia Cara Giulia, sono atterrato oggi dal mio primo volo! Non ci potevo credere: sono padrone del mondo! Vedi la terra piccola, così lontana e tu sei lassù padrone di te stesso. Il rombo del motore è inebriante, non puoi capire. Ti sembrerà banale se dico che mi sento libero come un uccello, emozionato come la prima volta che ti ho vista. In poche ore sono atterrato, ho consegnato tutti i pacchi e ho visitato la città. Ora stiamo qui quattro giorni, sistemiamo il motore e sarò a casa giusto in tempo per il compleanno del piccolo Paolo. Come sta? E papà? Era così preoccupato per questo viaggio…lui che ha sempre viaggiato in bicicletta! Deve essere difficile capire che il mondo sta cambiando. Quando voli ti rendi conto che stiamo andando sempre più forte. Forse domani sarà più semplice per tutti viaggiare. Magari avremo delle macchine volanti. Vorrei che fosse così anche per te. Il prossimo volo ti porto con me. Non puoi capire cosa significa. Al mercato di Valencia ti ho comprato un orologio da tasca da un mercante bolognese, un certo Testoni. È davvero bellissimo, decorato splendidamente, sono certo che ti piacerà. Ho provato a farlo funzionare e da qualche problema ma domani torno là e vedrai che sistemeremo tutto. Mi fa quasi ridere regalarti proprio un orologio dopo che ho volato da Bologna alla Spagna in poche ore. A me l’orologio non serve più: sono io che domino il tempo! Non vedo l’ora di stringerti. Mi manchi sai? Per sempre tuo, Il Capitano del Tuo Cuore, Francesco 13/10/1957 Incidente imprevisto. Stop. Aereo crollato al largo di Livorno. Stop. Approntiamo consegna oggetti personali defunto capitano Francesco Mazzacurati. Stop. Sentite condoglianze. Stop. 12/6/1979 da Il Resto del Carlino Bologna accoglie il suo campione Paolo Mazzacurati È rientrato ieri a Bologna, reduce dalla sua prima vittoria al Giro d’Italia, il ciclista bolognese Paolo Mazzacurati. Ad attenderlo alla stazione centrale un folla di tifosi in estasi che ha salutato Mazzacurati con un lunghissimo applauso. Il Giro torna nelle mani di un bolognese 65 anni dopo la vittoria di Alfonso Calzolari e per la prima volta dopo la guerra. La gioia dei tifosi ha costretto le forze dell’ordine a bloccare il traffico su tutta via Indipendenza fino a Piazza Maggiore per permettere a Mazzacurati di percorrere a piedi la strada fino a Palazzo D’Accursio tra due ali di folla. Qui il campione bolognese era atteso dal sindaco e dalle autorità cittadine per un momento di festa. Durante il tragitto Mazzacurati ha parlato con i numerosi giornalisti presenti. […] “…mi piacciono le tappe di montagna perché ti senti tutt’uno con la bici. La forza che ti spinge non viene dalle gambe ma dal cuore. Penso a mio nonno che con quella bici ha percorso migliaia di chilometri consegnando lettere e ha pedalato e pedalato con il solo scopo di far sì che tanti potessero parlarsi e scambiarsi idee. E a mio padre. Questa vittoria è dedicata a lui che mi ha insegnato il sacrificio” […] “…portafortuna? Uno solo, un vecchio orologio da tasca fermo, non me ne separo mai neanche la notte” Oggi. Bologna Enri89 : Fra sei connessa? Fra:  Enri89: che si fa stase? Fra: boh, son cotta. Domattina arrivano i tizi dall’Australia Enri89: ? Fra: dai quei due dove ho passato le vacanze l’anno scorso. Enri89: ah sì, siete rimasti in contatto? Fra: qualche mail, poi di uno dei due ho il contatto Messenger e ogni tanto ci si becca…tu fai qualcosa? Enri89: non so, in casa tira una brutta aria Fra: per via del nonno? Enri89: eh sì, sono tutti giù…anche a me disp però aveva pur sempre 107 anni…ah sai una cosa? Fra: no Enri89: il nonno mi ha fatto regalo prima di morire…un orologio da tasca fermo! Fa te! Fra:  Enri89: con un biglietto. “fermo dal 1957. Ricordati sempre Enri che le idee corrono e che la tua vita è movimento. Ma tu, ogni tanto, hai bisogno di una pausa” Fra: un po’ fuso il bisnonno… Enri89: negli ultimi anni c’era un po’ rimasto in effetti. Comunque stasera me ne sto in casa. E magari domani vengo a conoscere i due cangurini Fra:  buona serata e mi raccomando…se sei stanco…fai una pausa! Enri89: Smack! Fra: Smack!

Filippo T.

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(n. 22) TRANSFERT

Da piccolo, dei miei coetanei, invidiavo i genitori. Poco dopo, mi accorsi che i miei genitori, dei loro coetanei, invidiavano i figli. Primi fra tutti i figli di Clemente Sorrentino, il sindaco del nostro paese, il cui primogenito - bravo in tutte le materie, preciso nell'abbigliamento e nell'igiene, forbito nell'eloquio - è stato mio compagno di banco dalle elementari al liceo (solo dopo lunga perorazione di mia madre e per gentile intercessione del padre). Di ritorno a casa, avevo l'obbligo di riportare cosa avesse fatto, come s'era vestito, i contenuti dei suoi discorsi davanti al mio pubblico, una madre bassa e floscia e un padre sdentato, ammaliati da questo genio così diverso dal loro figlio che a stento s'esprimeva in lingua nazionale. Fu in quel tempo che decisi di impegnarmi per diventare “qualcuno” tanto che i miei sforzi furono in parte ripagati dalle piccole “soddisfazioni” della vita – diploma, laurea, specializzazioni, dottorato, un lavoro ben pagato, un buon matrimonio – che servirono ad alleviare i miei dal peso di una vita miserabile. Mia madre e mio padre divennero felici, non io. Continuavo ad invidiare chiunque - la sorella di Simone che mi ha sposato, i colleghi, gli amici, i miei figli - provando un sottile piacere quando capitava loro un impiccio sul lavoro, una disavventura giudiziaria, persino una malattia. Naturalmente, a questo sentimento seguivano spasmi allo stomaco continui che più di una volta mi costrinsero a letto. Manco a dirlo, gli antispastici servirono a poco. Decisi di rivolgermi, dietro consiglio di mia moglie, ad uno psichiatra e - solo dopo tre anni di analisi e una massiccia somministrazione di veneflaxina e bromazepam - giunsi alla consapevolezza di quello che ho descritto finora. Bene, il problema sembra risolto, gli spasmi scomparsi, le invidie pure. Tutto questo grazie a quel gran luminare del mio medico, Norberto Parlato, dotato di un indubbio talento tale da svelare a me stesso, i segni del mio corpo e della mia mente. Di certo, avrà avuto un'infanzia e una giovinezza gioiosa! Me lo immagino vestito da gran fighetto accompagnato dai genitori al colloquio semestrale con i professori, o all'Università mentre con garbo espone la sua tesi di laurea. Del resto, la parola è il suo forte. Non fa nessuno sforzo nell'esprimersi in un italiano corretto, anzi non si sente nemmeno una piccola inflessione dialettale. E poi è bello, molto più di me. Quando cammina assume un incedere così naturale e un contegno altrettanto decoroso, che sembra uscito da una scuola di portamento. Fortunatamente, l'altro mese è stato scippato da un malvivente, è caduto e si è fratturato una gamba. Sebbene zoppichi un pochino, il fascino non l'ha abbandonato. Avrà avuto tutto il tempo di frequentare bella gente, scopato senza dover chiedere mai per poi conquistare la moglie, tacchi a spillo, tette toste, culo da toccare. Che coppia felice! Li ho seguiti l'altra sera, uscivano insieme per l'aperitivo in un locale del centro, incontravano un paio di amici e lui si scolava un bicchiere dopo l'altro parlottando e ridacchiando, probabilmente di me. I figli poi! I vanagloriosi figli del professor Parlato! Con quella erre moscia che fa tanto ragazzo del Vomero incompreso! Li ho sentiti al telefono entrambi, mi sono finto un sondaggista, poi un venditore di libri, e so che il primo frequenterà una prestigiosa università di Londra e che il secondo si è messo in testa di scoprire il vaccino antidepressivo. Ma quello che più mi fa incazzare è che il mio dottore si sarà letto l'Ulisse di Joyce in una settimana e io, dopo trent'anni, sto ancora lì a capire che cavolo volesse significare il secondo capitolo! Lo odio. Domani lo uccido.

TJoblomov b.

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(n. 20) IL GIORNO CHE RICEVETTI LA LETTERA

Il giorno che ricevetti la lettera, alle dieci del mattino, ancora non l’avevo pensata, e la cosa mi pareva strana. Di solito aprivo gli occhi alle otto, in quella casa grandissima, in mezzo alle viti e pensavo a lei. Invece, quella mattina, niente.Ero rimasto sdraiato senza pensare a niente, mi ero alzato ed ero sceso a farmi un caffè. Mi ero fermato in soggiorno, avevo dato un’occhiata alle viti ed ero andato in cucina. Senza pensare a lei.Eppure quante volte avevamo guardato insieme la televisione, in quel soggiorno? Tenevamo sempre i piedi appoggiati sul tavolo. Aveva dei piedi bellissimi. Mai visti io dei piedi così belli.Un giorno gliel’ho detto: “Hai dei piedi davvero belli”. E lei mi ha risposto: “Grazie”. Come se niente fosse. Eppure il giorno che ricevetti la lettera non pensavo a nulla di tutto questo.Una sola cosa ho fatto però,che invece non facevo mai. Sono andato allo scrittoio del soggiorno dove c’erano tutte le nostre foto. Ho preso la mia preferita e l’ho guardata.Chissà poi perché le foto più belle sono sempre quelle che ti fanno quando non te ne accorgi, come questa. Eravamo in montagna, seduti su un grosso sasso piatto. Entrambi girati di tre quarti, entrambi in bermuda. Io ho i capelli in piedi e guardo in alto.Lei ha i capelli marroni come i miei, leggermente più lunghi.Guarda in alto, esattamente lo stesso punto in cui guardo io. E né io né lei ci eravamo accorti che Diego ci stava fotografando.Eppure guardavamo lo stesso punto.E sorridevamo.Quella mattina mi sono fermato a guardare quella foto e a pensare a quando stava in una cornice, su un tavolino accanto al divano.E tutti quelli che entravano e la vedevano non ci credevano. Non credevano che una foto così bella potesse essere stata scattata per caso. Sembrava fatta apposta,soprattutto la nostra espressione, identica, mentre guardavamo lo stesso punto all’orizzonte.E poi nessuno credeva che quel dolcissimo maschiaccio in bermuda che guardava il cielo seduto accanto a me fosse mia sorella. Gemella. Il giorno che ricevetti la lettera c’erano i pomodori da annaffiare. Sono un tipo coscienzioso, io, e innanzitutto penso al mio lavoro. Per non impazzire mi dò dei ritmi che rispetto rigidamente. So cosa mi aspetta, così il quotidiano non mi fa impazzire. Tutto previsto e prevedibile, perché a me gli imprevisti non piacciono.Eppure la mattina che ricevetti la lettera andai a ritirare la posta prima di mettermi a lavorare, non dopo, come facevo sempre. Non lo so mica il perché, l’ho fatto e basta. Sono andato a ritirare il giornale e nella cassetta c'era la lettera. Ho capito subito che veniva da lei, ho riconosciuto la scrittura.Mia sorella era sempre stata più brava di me a scuola. Io ho fatto la terza media e un anno di geometra, ma mi hanno bocciato. Mia sorella invece ha fatto il liceo ed è andata anche all’Università. Quando la sera studiava latino e la sentivo che diceva rosa, rose rosam io non capivo un bel niente e mi chiedevo solo perché questi latini per chiamare un fiore che è poi una rosa e basta la chiamavano con così tanti nomi. Però era bello sentirla studiare e prima di addormentarmi pensavo che lei era lì nell’altra stanza. Ed era mia sorella e sapeva il latino.E sapeva anche tutto di me e mi voleva bene, anche se non ero intelligente come lei. Era proprio a queste cose che pensavo mentre aprivo la sua lettera.E sulla lettera non è che ci fosse poi scritto granché. Era un invito ad incontrarci a casa sua. Sapevo dove si era trasferita, infatti nemmeno aveva messo l’indirizzo. Il giorno che partii per andare a trovarla pioveva, proprio come il giorno che lei se ne andò. La sera prima mi aveva detto di non fare scenate e io avevo obbedito. Ma mentre me lo diceva guardava dritto davanti a sé. Io l’avevo osservata e avevo visto i suoi occhi lucidi. Così anche a me era venuto da piangere, ma mi ero trattenuto. Non voleva che facessi scenate e non le ho fatte nemmeno quando è salita in macchina con lo zio e mi ha fatto un segno con la mano. Solo quello mi ha fatto, un segno con la mano. E poi io ero rimasto solo in quella grande casa.Ogni sera mi telefonava e mi raccontava del lavoro in città. A volte ci incontravamo. Mentre guidavo verso casa sua pensavo a tutto il tempo che avevamo passato insieme, soli nella nostra casa.E’ iniziato tutto il pomeriggio dell’incidente, quando il Babbo e la Mamma hanno preso la macchina per andare a comperare una lavatrice nuova. Io e mia sorella siamo rimasti a casa a finire un puzzle, saran stati diecimila pezzi ed è ancora giù in taverna che bisogna finirlo.Stavamo attaccando i pezzi in silenzio, io accanto a lei, ed era così bello sentirla accanto a me che anche se quel puzzle mi faceva innervosire, per me quel pomeriggio era perfetto. Poi hanno telefonato dal Pronto Soccorso e ha risposto lei. Ha messo giù e si è presa la testa tra le mani, senza piangere. Poi me l’ha detto e io invece mi sono messo a piangere, allora lei mi ha abbracciato. Adesso sono arrivato a casa sua. Parcheggio la macchina fuori e scendo. Sul viale di ghiaietto bianco i miei piedi scricchiolano. E in fondo al viale, eccola là, mia sorella.Mi guarda e dice: “Non hai perso la strada stavolta, testa di legno?”. Poi la abbraccio e scoppiamo a ridere. Ha smesso di piovere. In giro non c’è nessuno: sono le due di una noiosa domenica pomeriggio.Solo un bambino passeggia tenendo la mano alla mamma. Non gli piace per nulla stare lì, non può correre. Poi qualcosa colpisce la sua attenzione: finalmente ci si diverte! L’uomo è alto, coi capelli bagnati. Come se fosse venuto lì da chissà dove camminando sotto la pioggia senza ombrello.E’ in piedi, di fronte alla tomba di marmo grigio e parla. Parla a voce alta, come se avesse qualcuno di fronte. Ad un certo punto scoppia a ridere. Il bambino sorride, poi guarda la mamma che non si è accorta di nulla e insieme tirano dritto per la loro strada.

Elena C.

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(n. 13) COSA SI PUÒ FARE SE PROPRIO NON SI HA NIENTE DA FARE.

Ebbene, lavoravo in un bar. Sto parlando di qualche mese fa. Poi, dopo aver visto due vecchi prendersi a cartoni in faccia per una partita a carte, ho smesso. Per questo ho deciso di licenziarmi e di dedicarmi a fare un cazzo. Così, come se fosse un eterno gioco a sdrammatizzare, passo le giornate nella mia stanza scarabocchiando sul pavimento. Tutto questo non ha senso, certo, d’altronde la cosa più sensata che ho fatto nella mia vita è stata quella di leggere su Wikipedia il significato di ecolocalizzazione. L’ecolocalizzazione “è un sonar biologico usato da alcuni mammiferi quali pipistrelli (sebbene non da tutti), delfini ed altri odontoceti. Il termine è stato coniato da Donald Griffin, che fu il primo a dimostrarne l'esistenza nei pipistrelli. Gli animali ecolocalizzatori emettono suoni nell'ambiente e ascoltano gli echi che rimbalzano da diversi oggetti. Gli echi sono usati per localizzare, identificare e stimare la distanza degli oggetti. L'ecolocalizzazione è usata anche per l'orientamento e la ricerca del cibo o la caccia in vari ambienti”. Tutto questo è interessante, ma cosa diavolo sono gli odontoceti? La risposta, ovviamente, l'ho trovata sempre su Wikipedia. Gli odontoceti, “detti anche cetacei dentati o denticeti, sono un sottordine dei cetacei, contraddistinti dal possedere denti veri e propri anziché fanoni (come avviene nell'altro sottordine dei cetacei, i misticeti). Delfini, capodogli e orche appartengono a questo sottordine. Sono cacciatori attivi che si nutrono di pesci, cefalopodi, o, talvolta, di mammiferi marini”. Fatto questo ho preparato la moca e mi sono acceso una pessima Diana Rossa pensando che, alle elementari, non avevo imparato proprio un cazzo. Infatti, nell'attesa, oltre a guardare la mia vicina di casa che parlava con le sue piante innaffiandole, pensavo alla mia ignoranza riguardo i fanoni. I fanoni, dice sempre Wikipedia, sono “delle lamine presenti nella bocca di alcuni tipi di balena al posto dei denti, usati come filtro per espellere l'acqua dalla bocca trattenendo i piccoli animali di cui si nutrono. Ogni fanone è composto da una sostanza fatta di cheratina che gli conferisce una certa elasticità”. E questo, in sostanza, è tutto – direbbe Daniil Charms. Invece no: la cheratina? Ecco cos'è: “La cheratina è una proteina filamentosa ricca di zolfo, contenuta nei residui amminoacidi di cisteina. È molto stabile e resistente. Si divide in a-cheratina, presente nei mammiferi, e in b-cheratina, presente nei rettili e negli uccelli. È prodotta dai cheratinociti ed è il principale costituente dello strato corneo dell'epidermide, delle unghie e di appendici quali capelli, corna e piume. È presente nell'epidermide dei tetrapodi e soprattutto degli amnioti, nei quali garantisce l'impermeabilità”. Questo gioco, volendo, è infinito. È come sfogliare un'enciclopedia, con la differenza che è virtuale e che non si ha la certezza al cento per cento che ciò che si legge sia integralmente corretto. Ma, in fondo, per uno come me, l'importante è non avere problemi; e questo, ho scoperto, è l'obbiettivo di molte persone. Eppure, inserendo “l'obbiettivo di molte persone” nel motore di ricerca Google, il risultato è sbalorditivo: “La modifica del motore è l'obbiettivo di molte persone perché amano i brividi portatigli dalla velocità”. Ma io tra questi non mi ci rivedo, d'altro canto ho una Polo di dieci anni e passeggio per le strade subendo colpi di clacson e contumelie da destra e da sinistra. Stavo dicendo del caffè. Ecco, tanto per aggiungere qualcosa di veramente inutile e superfluo, a me non piace: lo bevo soltanto per abitudine, anzi, neanche. Lo bevo solo per sostituirlo ad una eventuale ennesima sigaretta, o, perlomeno, per compiere un gesto similmente istintuale. Per esempio un mio amico – ed è ovvio che io mi stia inventando tutto dicendo “un mio amico” - si gratta costantemente il naso con le unghie, ed insiste a tal punto d'avere una crosta cronica rossastra che, a sfiorarla, sembra un pezzo di merda secco di vacca di montagna. Però, per concludere, ogni tanto questo fantomatico amico smette di grattarsi il naso e si stringe i coglioni. Questo, per me, è il caffè. E il mio amico, in effetti, non esiste; ma se esistesse si chiamerebbe Joe. “Joe: personaggio di Digimon. Digimon: è una serie di anime e manga resa popolare grazie alle cinque serie animate, ideate nel 1999 da Akiyoshi Hongo e prodotte dalla Toei Animation. Digimon è l'abbreviazione di Digital Monster, cioè mostri digitali, che caratterizzano la serie. La serie è ispirata al Tamagotchi, rilasciato dalla Bandai il 26 giugno 1997. I Digimon sono inoltre protagonisti di alcuni film di animazione, di una collana manga e di svariati videogiochi usciti in seguito”. (Fonte: http://it.wikipedia.org).

Alessandro T.

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(n. 11) CUORE MATTO

17 marzo 2038. Roma, dal nostro inviato - In questi giorni non si parla molto degli scudi spaziali antimissili o della guerra o della crisi. Oggi il mondo è coinvolto in una discussione drammatica e fondamentale: dividere in pezzi il Papa, ovvero non dividerlo? Al mondo contemporaneo si addice la fretta e non è necessario attendere che il Papa muoia. Il dibattito infatti è cominciato già da alcune settimane, quando i medici personali del Papa hanno diagnosticato la malattia. Cardiomiopatia dilatativa. La notizia, avrebbe dovuto naturalmente rimanere segretissima, ma qualche uomo dell'entourage papale deve aver parlato ed in un paio d'ore il mondo intero ne è venuto a conoscenza: il Papa è in lista d'attesa per un trapianto di cuore. Un trapianto di cuore non è un'operazione semplice, nemmeno oggigiorno, nonostante tutte le modernissime conoscenze mediche. Ma quello che più di tutto preoccupa l'opinione pubblica mondiale è ben altro che le possibili complicazioni di un ricovero per il Santo Padre. Ciò che più di tutto tiene impegnati giornali, radio, tv e tutte le voci di internet è: dove finirà il cuore asportato dal corpo del Pontefice? Per ogni chiesa o per ogni parrocchia potrebbe essere già troppo tardi e potrebbero restare prive di qualsivoglia pezzo Papale. Dunque la discussione sulla divisione della reliquia – benchè di reliquia tuttora non si tratti – ferve. Numerosi sono i centri di culto, le cattedrali e le chiese che vorrebbero accaparrarselo; possedere un tesoro del genere, superiore per qualità e veridicità a qualsiasi altra reliquia si possa immaginare, fa gola a molti. Ma al momento voci di corridoio danno come più probabile la possibilità che il cuore rimanga dove dimora da ormai 23 anni: fra le mura della Città del Vaticano. E questa è solo la punta dell'iceberg del fabbisogno di santità. Sono già in coda il luogo della sua nascita, i luoghi in cui ha abitato, quelli in cui ha trascorso del tempo, quelli in cui ha riposato, quelli che ha osservato... Non sto affatto scherzando. A qualche decina di chilometri da casa mia, in piena campagna, si erge un solido busto Papale di bronzo su un piedistallo di granito, a memoria del luogo in cui “atterrò l'elicottero Papale”. Qualche chilometro oltre si trova un più degno monumento che celebra il luogo in cui il Papa disse la Santa Messa. Dunque la questione è assai seria e di Papa può semplicemente essercene troppo poco. Ovviamente il popolo è diviso. E d'altronde pare che la stessa idea di smembrare il Papa sia partita dall'episcopato. Ma la maggior parte dell'opinione pubblica sembra essere contraria alla spezzettatura del cuore del Santo Padre contro la quale si esprime oltre il 57% del popolo interrogato nei sondaggi. E appaiono anche voci moderate che ne richiedono la conservazione nella sua interezza affinchè venga “conservato ed esposto in una bara di vetro, così che rimarrebbe con noi per sempre”. Qualche buontempone si è divertito a creare una pagina web all'interno di un sito di aste on-line per vendere la reliquia, naturalmente senza averne il minimo titolo. In poche ore le offerte si sono moltiplicate raggiungendo cifre stratosferiche, senza nessun controllo, fino a portare al collasso il sistema di gestione del sito internet in questione. Il Papa da parte sua non ha avuto ancora un pronunciamento. Nessuna notizia è trapelata questa volta. Che destinazione sceglierà per il suo cuore malandato? Questo Papa è ormai da lungo tempo in carica. I suoi molti viaggi, le sue encicliche progressiste, piene di aperture che hanno segnato momenti di svolta cruciali non solo all'interno della Chiesa Cattolica, ma addirittura nel rapporto con le altre grandi religioni sono entrate di diritto a far parte della Storia guadagnandogli rispetto sempre maggiore sia fra i suoi fedeli che fra quelli di molti altri culti. La sua stessa condotta personale, votata all'umiltà di una vita sobria e francescana, all'insegnamento attraverso l'esempio e alla spoliazione di tutti gli orpelli legati a vecchie e stantie concezioni religiose hanno fatto di lui il Pastore prediletto dal suo popolo. Nessun altro Papa è mai stato così amato. Negli ultimi anni poi sono da ricordare le voci succedutesi a più riprese su numerosi fenomeni inspiegabili, guarigioni e miracoli legati alla sua parola, alla sua presenza ed in qualche modo alla sua intercessione. Senza bisogno di attendere la sua dipartita, della quale c'è anche chi dubita avverrà mai, il popolo della Chiesa ed il mondo nella sua interezza lo annoverano ormai come un Santo in vita. Il cuore in questione è quindi il cuore di un Santo. Non può certo finire nella spazzatura. Si tratta di una santissima reliquia, che va venerata già ora come quelle dei santi dei tempi passati. Dibattiti in tv, sui giornali e attraverso ogni mezzo di comunicazione. Rimangono in pochi a non interessarsi alla faccenda o a liquidarla con una battuta riducendo la complessa situazione al fatto che se il cuore è malato è segno che non va conservato. E' difficile contrastare l'impressione che per molti il Papa costituisca una sorta di dio, una specie di divinità tribale. E che ora, in maniera assolutamente meravigliosa, arcaica, antichissima, vogliano trattenere questo loro dio, smembrarlo e simbolicamente cibarsene. Ho sempre viva nella memoria questa scena: il Papa aveva appena benedetto una croce monumentale nella cittadina di D. Un attimo dopo alcuni seminaristi si avvicinarono alla croce. La tastarono con le mani e quindi, con un gesto assolutamente magico, spostarono quel contatto sacro alle loro fronti, lo assorbirono, lo massaggiarono dentro di sé. Questa faccenda del cuore malato è un nodo difficile da dirimere. Perchè da un lato la fede di molti è messa a dura prova. Come può un cuore malato, far parte del corpo di un santo? Molti non riescono a venire a capo di tutta questa storia. Nel frattempo stando agli ultimi dati aumentano i fedeli induisti, buddisti e di alcuni religione animistiche del centro Africa.

Giacomo T.

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(n. 10) FOTO DI CLASSE

Un flash. Il rullino della mente che improvvisamente si riavvolge di 25 anni senza sapere dove fermarsi. Adolescenza, partite di pallone, liceo classico, prime vacanze estive con gli amici. Ricordi sbiaditi dal tempo. “Io da qualche parte quell’uomo l’ho già visto”. Già, ma dove? Da giorni, Gianni non pensava ad altro. Pensieri su pensieri, vane ricerche nella mente per affiancare a quel volto un nome, un episodio, una litigata, un luogo. Vederlo lì, ogni mattina, seduto a terra vicino all’edicola della stazione centrale, non gli bastava. Sapeva di aver già avuto a che fare in vita sua con quel barbone. Un paio di volte gli aveva regalato una brioches cercando di attaccare bottone, ma non c’era stato verso. Qualche ringraziamento, poi l’uomo dalla barba folta e dagli occhi vitrei si era rintanato sotto le sue coperte di carta. Così, la sua testa si era messa a lavorare. Unico obiettivo: elaborare un ricordo nitido. Ogni volta senza successo. Nulla di fatto per mesi, finché un pomeriggio Gianni aveva capito. “Eccolo”. Gli era bastato uno sguardo. Davanti ai suoi occhi si era ritrovato l’Uomo ragno. Non il fumetto, ma il barbone. Non in carne ed ossa, ma in fotografia. Seduto proprio accanto a lui in una vecchia immagine che ritraeva la sua quinta ginnasio. Lo avevano soprannominato in quel modo perché, quando non sapeva cosa rispondere ai professori, riusciva sempre a cavarsela senza rimediare un’insufficienza. Insomma, si arrampicava sui vetri pure meglio di Spiderman. Lo invidiavano tutti per quella dote. A scuola non era una cima, ma la bocciatura non l’aveva mai nemmeno sfiorata. Ora, invece, era Gianni che per settimane l’aveva sfiorato in stazione senza riconoscerlo. Non si vedevano da 23 anni, non si parlavano forse da una ventina. Si erano rivisti qualche anno dopo la maturità, in un bar di Verona. “Studio giurisprudenza, voglio diventare un avvocato” erano state le ultime parole che ricordava di lui. Qualcosa, evidentemente, non aveva funzionato nei piani dell’Uomo ragno. Girò la fotografia, trovò il suo nome di battesimo – Giacomo Rossetti – con tanto di dedica: “A Giannino, con cui mi diverto tanto”. Già si erano divertiti assieme. Scherzi, risate, persino compagni di banco per qualche mese. Per l’indomani mattina, quantomeno, sarebbero tornati ad essere compagni di colazione. Scese dal treno, voltò lo sguardo verso l’edicola e lo intravide sotto i cartoni. “Giacomo… Giacomo”. Gianni lo scosse come per svegliarlo. Ma l’Uomo ragno aveva già gli occhi spalancati pur non guardando nulla. Di quel posto, d’altronde, conosceva ogni millimetro. “Allora hai capito chi sono eh?”. “Sì, Giacomo Rossetti, l’Uomo ragno”. “Già, proprio io”. “E che ci fai qui?”. Gianni lo aiutò ad alzarsi, si abbottonò il giubbotto e si diresse al bar. Sarebbe arrivato tardi al lavoro. Pazienza. A quel punto, voleva capire. Iniziò a fare domande, si scontrò prima con un muro, poi con una persona distaccata, infine col Giacomo che lentamente ricordava. Aperto, sincero, persino ironico. Semplicemente, a Spiderman la ruota della fortuna aveva iniziato a girare male una quindicina d’anni prima e da allora non aveva più smesso di fermarsi. Un matrimonio fallito, un figlio malato e poi morto in America, una laurea mai ottenuta perché in università, purtroppo, le sue doti di arrampicatore di vetri non gli erano servite a molto. “E alla fine mi sono ritrovato qui. Non ho un soldo, ho qualche amico, ho te”. Un’affermazione importante. Di quelle che Gianni era abituato a ricevere dalla moglie o dal suo capo, non da un barbone senza spiccioli. Sulle prime sorrise, poi iniziò a pensare. Nella vita era un calcolatore. Glielo imponeva il suo lavoro di direttore di banca e glielo imponeva una situazione familiare tutt’altro che florida. “Che vuol dire che hai me?” provò a chiedere. “Ho ritrovato una parte del mio passato. Sai, tanti giorni ti ho visto scendere dal treno e guardarmi. Pensavo che tu non volessi venirmi a salutare, ed invece non è stato così. Quando mi hai offerto quelle briosches e non mi hai riconosciuto, pensavo l’avessi fatto apposta ed io non volevo metterti in difficoltà esponendomi. Invece non è stato così. Tu oggi mi hai fatto il regalo più grande”. Insieme erano di nuovo felici. Si ricordavano l’un l’altro un passato gioioso che non c’era più. Quello della scuola per l’Uomo ragno, quello della salute per Gianni. Una salute che da anni lo aveva abbandonato. Una malattia lo stava erodendo senza concedergli la possibilità di combattere. “Sai Giacomo, devo dirti una cosa. Una cosa brutta…”. Poche parole e la sua verità, quella che teneva nascosta persino ai colleghi di lavoro, saltò fuori davanti alla tazzina del caffè ormai finita. “Mi rimane poco da vivere, questione di settimane”. Si rividero tutte le mattine per un mese intero. Qualche battuta, colazione al bar della stazione, un abbraccio. Un giorno Gianni gli portò la fotografia di classe. “E’ per te”. Poi venne il giorno che Gianni in stazione non scese più. Niente colazione, niente caffè, niente brioche. L’Uomo ragno capì. A scuola non afferrava latino e greco, ma della vita aveva imparato parecchio. Raccolse i cartoni e si mise in viaggio verso la casa dell’amico ritrovato. Era in ospedale, così gli disse il figlio. Arrivò appena in tempo. Lo vide dietro il vetro, alle prese con una morte che lo avrebbe vinto la notte successiva. Appoggiò il volto al vetro della sala, estrasse la foto e si mise a piangere. Ora sì che avrebbe voluto essere un supereroe ed aiutare l’amico. Invece era lì. Inerme, impotente. Avrebbe voluto essergli accanto in quei momenti. “Lei non può entrare” gli disse uno dei medici. Missione fallita. Riprese la foto fra le mani. La voltò e notò la dedica. “A Giannino, con cui mi diverto tanto…”. Già, se lui in carne ed ossa non sarebbe potuto entrare in quella sala, lo avrebbe potuto fare una fotografia. Almeno per le ultime ore, Spiderman lo avrebbe protetto standogli accanto. “… e a cui sto sempre vicino. Anche quando lui non se ne accorge”.

Alberto T.

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(n. 1) UN BIANCO FINITO

Stavo appoggiata a quel davanzale di marmo sterile, con la voglia di cantare, e intrecciavo i pensieri chiedendomi di che colore fosse quell’istante che affusolava il senso del tempo e la sua perdita. Ferma e in silenzio. Ho vagabondato in solitudine tra il traffico asfissiante di un grosso acquario. Passavo le ore ad osservare i pesci e sembrava che, uno accanto all'altro, formassero un melodrammatico poligono di ombre cinesi. Era una folla così tanto indefinita e sospesa e sfocata: una forma senza lati né angoli, una sagoma che non aveva struttura. Potrà sembrarvi tutto sbiadito, ma ormai quel colore lo conosco a memoria: solo ora posso dare un sigillo cromatico a quel momento che si arrampica e si sfilaccia. Al quel breve tempo di uno sguardo, quello che svia tra mille ancoraggi e si perde. Si perde. Solo ora che ho una bicicletta gialla e una chitarra accordata. Tratteggio fragilmente quel mondo soffuso, di nuvole e paure, che avevo negli occhi e nelle mani. Ho mendicato per giorni e cercato aiuto anche altrove, soprattutto in quei gesti anonimi che rendono tutto più poetico.Stavo appoggiata a quel davanzale, imperfetta e distratta, con il sole delle sedici e trenta che tagliava il mio corpo a metà. Voglio sentirmi un po’ meno sola, senza troppe pretese d’amore. Mi chiedi se preferisco il bianco o il rosso. Potrei dirti che non ne ho idea, ma se vuoi cucinare ti direi di preparare un piatto di casualità. Il cibo migliore. Il mio cuore non parte, non parte. Mettici un po’ di peperoncino! Mi accorgo di pronunciare il suo nome in silenzio per non rovinarlo. Penso al suo nome: sintomo e cura allo stesso tempo. Sono in un luogo sperduto, infilzata ad un pezzo di cemento a guardare le stelle, anche se questa notte loro non possono esistere. Sono qui, con il profumo violaceo del glicine, anche se siamo in inverno. Assaporo i nostri suoni e il tuo accento blu oltremare, ma penso al suo nome e a quella sera improvvisa e al nostro amore che era un notturno. Adagio, ma non troppo, non troppo. Ripenso a quella fuga e se cambiavo strada era solo perché volevo entrare in lui. E soffocare e contorcermi. Quelle dita sottili che sapevano suonare e la fuga di piacere. I prati di carezze e i drappi color ciliegia. Mi lasciavo incasinare i sensi in una musica tanto confusa da poter sembrare anche perfetta. Avevo quella voglia di condividere la tristezza e quell’infinito desiderio di piacere che provi quando hai tra le mani una tela bianca. Solo quando hai terminato con i colori, che tu hai deciso ma non preteso, senti quell’ultima esplosione, quel tremito che ti suggerisce di fermati perché l’opera è finita. La cosa strana è il bianco: colore che non tutti vedono. La cosa strana è aver tra le mani una tela bianca e lasciarla bianca solo per la paura che il tempo sbiadisca i colori. Ho immaginato che il mio amore fosse un bianco finito e l’ho fatto per non sporcare un ricordo che è diventato troppo presto “ricordo”. Non riesco e non voglio ascoltare quella musica ogni giorno, ma la conosco a memoria. Lascerò quel pezzo di cuore incollato nel cuore. Stavo appoggiata a quel davanzale, con il sole delle sedici e trenta che tagliava il mio corpo a metà. Voglio sentirmi un po’ meno sola, senza troppe pretese d’amore. L’ho incontrato in un bar e mi piaceva come suonava la chitarra. E il suo cappello color avorio e i suoi occhi, neri come un paio di stivali. Neri come rondini. Accompagnami se vuoi. Sì, puoi. No, il ragazzo non ce l’ho. Ho un amore nel cuore, ma è lontano. Sì, non ti preoccupare se abbiamo un po’ di anni di differenza. Hai una voce così bella. Poi sembri più piccolo e magari mi puoi insegnare a distrarmi. Lui che rideva e si divertiva, con quel suo sguardo un po’ timido e quel suo accento straniero. Lui folle, lui poeta. Mi telefonava per chiedermi cosa volevo mangiare e se mi piacevano i cioccolatini al cocco. Mi accontento di un po’ di whisky. Sì, va bene lo stesso. Adoro gli spaghetti, però la prossima volta cucino io. Ti preparo le lasagne. Sono brava, mi piace cucinare. No, dai ho un’altra idea. Moussaka? Ok. No, non ho parenti in Grecia, ho solo fatto un viaggio e comprato un libro di ricette. Ahhhh, che tenera. Sei una ragazza molto dolce. Dici? Mahhh, non saprei. Di solito lo bevo amaro. Sì,non riuscirei a non berlo. Ho una chitarra accordata che non può suonare e una bicicletta gialla che non riesce più a volare. Tutto cambierà, vedrai. Vicino a casa mia c’è uno spaccio di biscotti. Ti porto quelli al miele con tutto lo zucchero granelloso. Very cool! Quella sera eri così bella e mi danzavi intorno. Avevi una luce oscura che ti circondava. Sì, mi piace danzare intorno alla gente avvolta da una luce oscura. Come hai fatto ad avere il mio numero? Eh, uhm, l’ho chiesto a Max, il bassista. No, perché dovrebbe darmi fastidio? Sì, dai vengo a casa tua. Per le diciotto? Allora, scendo in Cadorna, prendo il cinquanta… poi? Poi ti aspetto alla fermata. Ciao, scusami, è che sono già pronta, arriverei alle quindici. Sono sempre un po’ in anticipo e ho voglia di rivederti. Vieni, vieni quando vuoi. Stavo appoggiata a quel davanzale. Ero al settimo piano di un palazzo di Milano e guardavo fuori e vedevo il mare. Ho voglia di tabacco. Uhmmm, buoni questi biscotti! Hai portato anche il vino, non dovevi! Rosso, bello corposo, un vino che canta. Devo fare un po’ di telefonate, cercare date, organizzare concerti. Devi sempre telefonare e telefonare per farti conoscere ed apprezzare. Funziona così. Sono un musicista, è il mio lavoro. Anche tu suoni la chitarra? Sì, ma non credere che sia brava, ho iniziato da poco. Ho comprato la mozzarella di bufala? L’adoro. Senti com’è buono quest’olio, l’ho preso a Lecce. Pomodori? Buoni gli spaghetti alle vongole. Spegniamo la luce? Sì, spegniamola... Fra qualche giorno presenterò il mio disco. Bello! Vieni? Non lo so, forse quel giorno avrò da fare e poi se ti penso troppo potrei anche innamorarmi di te. Sì, lo so il cuore è fragile… Sì, soprattutto quello bianco.

stefania v.

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